Il latte sta diventando sempre più difficile da acquistare per molte famiglie russe. In diverse regioni i produttori hanno annunciato nuovi aumenti, mentre nel nord del territorio di Krasnojarsk un litro avrebbe superato i 700 rubli: un caso estremo, ma indicativo della distanza tra il prezzo di un alimento essenziale e la capacità di spesa dei consumatori.
La nuova ondata di rincari è stata segnalata dai media il 19 ottobre 2026, poco dopo la conclusione delle elezioni per la Duma di Stato. A San Pietroburgo diversi produttori hanno comunicato alle catene commerciali l’intenzione di aumentare i prezzi all’ingrosso dal 1° novembre. Le variazioni annunciate vanno dal 3 al 9 per cento per il gruppo Galaktika, arrivano al 5 per cento per Ekomilk e all’8 per cento per Severnaya Dolina. Altre aziende avevano già ritoccato i listini in ottobre: Logika Moloka del 4,2 per cento e Vimm-Bill-Dann, a seconda dei prodotti, tra il 5 e l’11 per cento.
Le comunicazioni dei produttori e le reazioni del commercio sono state riportate da Fontanka e da Piter. Le imprese indicano soprattutto l’aumento del costo della materia prima: il latte crudo sarebbe rincarato di circa il 15 per cento dall’inizio dell’anno.
La materia prima si restringe
Nella regione di Leningrado il prezzo di un litro di latte crudo è passato, secondo le stime riportate dal settore, da 36-38 a 42-43 rubli. I dirigenti degli impianti di trasformazione prevedono che entro la fine dell’anno possa arrivare a 45-46 rubli. Per i produttori, il margine di risparmio si riduce rapidamente quando al costo del latte si sommano energia, confezionamento, manodopera e trasporto.
La disponibilità della materia prima è un altro punto critico. Le difficoltà economiche degli allevamenti e delle aziende zootecniche possono portare a riduzioni della produzione o alla chiusura di alcune strutture. In quel caso i trasformatori devono contendersi quantità più limitate di latte e, nello stesso tempo, decidere quanto dell’aumento trasferire ai negozi e ai consumatori.
Il confronto tra i dati ufficiali sull’inflazione e l’esperienza quotidiana delle famiglie rende il quadro ancora più teso. Una media nazionale può attenuare l’impatto di rincari molto più forti registrati per singoli prodotti o in determinate aree. Per chi deve acquistare regolarmente latte, formaggi e altri alimenti di base, anche incrementi a una cifra ripetuti nel tempo riducono la quantità di cibo acquistabile con lo stesso reddito.
Il risultato è un incentivo a scegliere prodotti più economici, comprese bevande con una quota ridotta di latte o sostituti di qualità inferiore. Le informazioni disponibili non consentono di dimostrare che l’intera popolazione russa stia passando in massa a surrogati del latte. L’aumento dei prezzi, tuttavia, rende questa scelta più probabile soprattutto per le famiglie con bilanci già sotto pressione e nelle località dove l’offerta è limitata.
Il caso estremo del nord di Krasnojarsk
Nel nord del territorio di Krasnojarsk la crisi dei prezzi è stata aggravata dalla logistica. I media hanno riferito che, in alcune località, il latte è arrivato a costare oltre 700 rubli al litro e che i prezzi di diversi beni essenziali sono aumentati di più del 300 per cento. Si tratta di un caso regionale eccezionale, non di un prezzo applicabile a tutto il Paese.
La causa indicata è il fallimento di parte della cosiddetta fornitura stagionale verso le aree settentrionali. Dove le vie terrestri non garantiscono il rifornimento, gli alimenti devono essere trasportati per via aerea. Per questa logistica d’emergenza sono stati indicati costi di circa 800 rubli per chilogrammo di merce. Su un prodotto dal valore relativamente basso, il trasporto può quindi moltiplicare il prezzo finale.
In queste condizioni il latte smette di essere un acquisto automatico e diventa una spesa da confrontare con carburante, riscaldamento e altri beni indispensabili. La scarsità locale non dimostra da sola un collasso dell’intero mercato russo, ma mostra quanto rapidamente una catena di approvvigionamento fragile possa trasformare un rincaro nazionale in una situazione di emergenza per le comunità isolate.
Più esportazioni mentre il mercato interno si irrigidisce
La pressione sul mercato interno coincide con la crescita delle esportazioni. Nei primi otto mesi del 2026, il volume di latte e panna confezionati venduti all’estero dalla Russia sarebbe aumentato dell’11 per cento rispetto allo stesso periodo del 2025, come ha riferito Lenta. Tra i principali acquirenti figurano il Kazakistan, con oltre 15,5 milioni di dollari, il Kirghizistan con 5,7 milioni e la Georgia con 2,7 milioni.
Una crescita dell’export non prova, da sola, che i produttori stiano sottraendo deliberatamente il latte ai consumatori russi. Le vendite estere possono però risultare più convenienti quando garantiscono ricavi superiori o valuta. Allo stesso tempo, esportare di più non risolve i problemi strutturali del mercato interno: non aumenta in modo immediato il numero di allevamenti, non riduce i costi di produzione e non ricostruisce le rotte interrotte verso le regioni più remote.
Il prezzo di oltre 700 rubli segnalato nel nord di Krasnojarsk rende visibile proprio questa frattura. Da una parte, i produttori cercano di proteggere i margini in un settore dove la materia prima costa di più; dall’altra, le famiglie devono rinunciare a una parte dei consumi o cercare alternative meno costose. La questione decisiva per i prossimi mesi sarà se la produzione di latte crudo riuscirà a stabilizzarsi e se le autorità potranno rendere nuovamente affidabili i rifornimenti nelle aree più isolate.
Altri casi estremi sono stati descritti anche dal Quinto Canale.