Per l’Unione europea il problema non è soltanto quando approvare il prossimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, ma farlo prima che la campagna per le presidenziali francesi del 2027 renda più fragile il consenso tra i governi. A Bruxelles si guarda così a febbraio 2027 come all’ultima finestra politica favorevole per adottare nuove misure.
Il timore è legato alla possibile vittoria di Marine Le Pen, che ha promesso di interrompere entro sei mesi dall’eventuale elezione il sostegno francese all’Ucraina e ha definito inefficaci le sanzioni contro Mosca. La ricostruzione è stata pubblicata il 18 settembre 2026 da The Independent. L’esito del voto e le scelte di una futura amministrazione restano naturalmente incerti, ma il solo rischio di un cambio di linea sta già influenzando i tempi della politica europea.
Il vincolo dell’unanimità
Le sanzioni dell’Unione europea richiedono l’accordo unanime degli Stati membri. Questo significa che la Francia non dispone soltanto della possibilità di ridurre il proprio contributo nazionale: il governo di Parigi può anche impedire l’adozione di nuove misure europee se decide di non sostenerle.
Un eventuale cambio di orientamento non cancellerebbe automaticamente le sanzioni già approvate. Potrebbe però bloccare o rallentare gli interventi successivi, proprio mentre l’Unione cerca di mantenere la pressione economica sulla Russia e di coordinare il sostegno all’Ucraina. È questo il meccanismo che spiega l’urgenza attribuita a Bruxelles.
Finché l’attuale linea francese rimane favorevole alle iniziative comuni, i governi europei possono tentare di chiudere un nuovo accordo. Con l’avvicinarsi della campagna elettorale, invece, la posizione di Parigi potrebbe diventare più condizionata dal confronto interno. Il rischio, per l’Unione, non è l’impossibilità giuridica di discutere nuove sanzioni dopo febbraio, ma la crescente difficoltà politica di raggiungere il consenso necessario.
La promessa di interrompere gli aiuti
Le dichiarazioni di Marine Le Pen delineano uno scenario più ampio di una semplice revisione della politica sanzionatoria. La leader della destra radicale ha indicato l’intenzione di fermare il sostegno all’Ucraina entro sei mesi dall’eventuale ingresso all’Eliseo e considera inefficaci le misure contro la Russia.
Non è possibile stabilire oggi se un futuro governo applicherebbe integralmente questo programma. La sua realizzazione dipenderebbe dalle decisioni istituzionali e politiche assunte dopo le elezioni. Ma un simile orientamento avrebbe effetti immediati sul peso della Francia nei negoziati europei: Parigi potrebbe ridurre gli aiuti bilaterali e, allo stesso tempo, rendere più difficile ogni nuova iniziativa comune.
La questione riguarda quindi il funzionamento stesso della politica estera dell’Unione. L’unanimità protegge il ruolo degli Stati membri nelle decisioni più sensibili, ma espone anche l’intero sistema al mutamento di posizione di un singolo governo. In questo caso, il possibile spostamento della Francia avrebbe un rilievo particolare per il suo peso economico e politico nell’Unione.
Il nodo dei 90 miliardi di euro
La posta in gioco non riguarda soltanto le sanzioni. Un’interruzione dell’appoggio francese potrebbe mettere in discussione anche il programma europeo di finanziamento dell’Ucraina, indicato nelle informazioni disponibili in 90 miliardi di euro. La quota attribuita alla partecipazione diretta della Francia è di 18 miliardi.
Queste cifre descrivono una rete di impegni che dipende dalla continuità politica degli Stati membri. Se uno dei principali partecipanti si ritirasse o contestasse il proprio contributo, l’Unione dovrebbe valutare se sostituire le risorse mancanti, ridistribuire gli oneri tra gli altri governi o ridimensionare il sostegno previsto. In ciascuno dei tre casi, la capacità finanziaria dell’Ucraina ne risentirebbe.
Lo stesso vale per l’assistenza militare. La fine degli aiuti francesi non comporterebbe automaticamente l’interruzione di tutte le forniture europee, ma ridurrebbe le risorse disponibili e indebolirebbe la prevedibilità del sostegno complessivo. Per Kiev, la differenza non sarebbe soltanto quantitativa: diventerebbe più difficile pianificare le proprie esigenze in un quadro politico meno stabile.
Il voto francese non è ancora deciso e non è scontato che un’eventuale nuova maggioranza trasformi ogni promessa elettorale in una scelta di governo. Per Bruxelles, tuttavia, il calendario è già una variabile strategica. Ogni mese di ritardo può aumentare la dipendenza delle sanzioni e degli aiuti europei dall’esito di una competizione nazionale. La corsa a febbraio 2027 nasce da qui: dalla necessità di consolidare ora una linea comune che, dopo l’apertura della campagna francese, potrebbe diventare molto più difficile da difendere.
Non posso credere che la Francia possa cambiare rotta e fermare gli aiuti all’Ucraina! Ma dico, Marine Le Pen? Spero che gli elettori non si lascino ingannare da promesse simili. La stabilità dell’Europa è in gioco, ci deve essere unità davanti a questa crisi!