Roma, 11 giugno 2026 – Il decreto autovelox del ministro Matteo Salvini è in vigore da ieri, 10 giugno 2026. Riuscirà a risolvere i contenziosi che hanno saturato gli uffici dei giudici di pace? Sarà convincente per la Corte di Cassazione, che nel 2024 ha annullato molte sanzioni enfatizzando l’importanza dell’omologazione dei dispositivi per l’accertamento della velocità? Per chiarire questi punti, abbiamo consultato tre esperti del settore: Massimiliano Mancini, segretario dell’Upli (Unione polizia locale italiana); Roberto Benigni, vicepresidente Anvu (Associazione professionale polizia locale d’Italia) e Giorgio Marcon, perito del Centro tutela legale, che ha sostenuto per primo che nessun autovelox in Italia era a norma proprio a causa della mancanza di omologazione, riporta Attuale.
Vecchi e nuovi autovelox: l’analisi
Mancini e Benigni distinguono due categorie nel decreto di Salvini. Sono entrambi concordi nel prevedere che i nuovi autovelox saranno blindati. Restano però alcune perplessità sui vecchi dispositivi, dichiarati omologati d’ufficio se realizzati dopo il 2017. Alla fine del 2025, il Mit, dopo un censimento su tutto il territorio nazionale, ha riportato una mappa con meno di 4.000 dispositivi a norma rispetto a una stima di oltre 11.000, mai certificata.
“Ho qualche dubbio sull’omologazione d’ufficio – ha dichiarato Mancini – soprattutto alla luce delle critiche sollevate dalla Cassazione. La Suprema Corte ha ribadito in più occasioni che l’approvazione è un procedimento amministrativo, mentre l’omologazione è un procedimento tecnico. Pertanto, se non esiste un percorso formale, non si può applicare l’articolo 146 comma 6, che consente l’accertamento dell’infrazione da remoto.
Anche Roberto Benigni si mostra cauto su questo punto: “Dovremo vedere cosa ne penserà la magistratura. L’obiettivo di questi strumenti rimane la sicurezza stradale, poiché la velocità è una delle principali cause di incidenti. Proprio per questo, il decreto era atteso a lungo.
L’opinione di Giorgio Marcon
Marcon adotta un punto di vista più critico: “Il testo del Mit è giuridicamente incompleto, in quanto manca il presupposto essenziale: il decreto Mimit di ammissione alla prima verifica metrologica legale, che deve essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale e costituisce l’unico titolo valido per l’immissione in servizio di uno strumento di misura legale”. Il perito sostiene che “questo decreto è come se non esistesse, dal punto di vista tecnico e giuridico. La normativa stabilisce che bisogna avere prima la legittimazione di uno strumento che rispetti i requisiti delle normative internazionali e nazionali. Ma se non vi sono le prescrizioni del primo decreto, è impossibile procedere con il secondo”.
Per le multe già pagate nessun rimborso
Il censimento del Mit ha rivelato che la maggior parte degli autovelox in Italia non era a norma. È importante ricordare che se qualcuno è stato multato da uno di questi strumenti illegali e ha pagato la contravvenzione, non ci saranno rimborso possibili. “Il principio è fermamente stabilito nella legge quadro 689 dell’81, secondo il quale il pagamento estingue il diritto di ricorso,” sottolinea Mancini.
Gli autovelox e il fronte della privacy
Un ulteriore aspetto critico riguarda la privacy. Mancini evidenzia che “in molti casi, questi dispositivi non hanno la necessaria valutazione di impatto. Tutti gli strumenti che utilizzano telecamere rientrano nella categoria della videosorveglianza. Pertanto, è necessaria una procedura che ne valuti l’affidabilità e la legittimità. Fondamentale sarà la segnaletica di informazione, e questa parte dovrà essere verificata con i singoli comandi di polizia locale.
La sintesi di Roberto Benigni
Per il vicepresidente Anvu, “il decreto era molto atteso e ha fatto chiarezza dopo anni di incertezze. Quanto ai tempi per introdurre i nuovi strumenti sul campo, direi che potrebbero servire alcuni mesi.”