Bullismo, la scrittrice Elisabetta Belotti: “La violenza tra i giovani sta aumentando”

16.09.2025 01:45
Bullismo, la scrittrice Elisabetta Belotti: “La violenza tra i giovani sta aumentando”

Tragedia scolastica: il caso di Paolo e il bullismo che resta invisibile

Roma, 16 settembre 2025 – “Paolo non doveva morire. Magari sarebbe bastato agganciare un sorriso, uno sguardo. Quello che mi strazia è immaginarlo solo, senza amici con cui confidarsi. Lo vedo andare verso una fine inevitabile come un eroe dell’Iliade”, dichiara Elisabetta Belotti, docente di lettere e autrice di due romanzi sul cyberbullismo. Secondo Belotti, la scuola rappresenta solo un mattoncino nell’architettura di un mondo instabile, dove spesso i malintenzionati hanno volti rassicuranti, riporta Attuale.

Professoressa, cosa può e deve fare un insegnante se si accorge che uno dei suoi studenti è in difficoltà?

“Il punto è proprio accorgersene. Nelle scuole medie, l’attenzione è più alta rispetto alle superiori, sperando che certe dinamiche si attenuino con l’età. Tuttavia, l’età del bullismo, sia reale che virtuale, continua a scendere, e gestire i conflitti non è la stessa cosa a 10 o a 14 anni. È necessario rimanere vigili e cogliere segnali apparentemente irrilevanti”.

Perché si diventa cattivi prima?

“Ci sono più stimoli e meno filtri. Inoltre, l’uso del cellulare funge da strumento di attacco, come sottolineava Don De Lillo. Il bullismo tradizionale richiedeva una certa forza fisica o amici fidati, mentre il bullismo virtuale permette a chiunque di infliggere danni dalla propria stanza. Chiunque può diventare un bullo, anche colui che normalmente non si sarebbe mai comportato in tal modo. La mancanza di empatia porta alla cattiveria; il bullo è consapevole del dolore che sta causando, ma manca la capacità di immedesimarsi nella vittima, e la sua certezza di infliggere sofferenza diventa la sua forza”.

Ma un professore come può accorgersene?

“Il bullismo tradizionale non può essere ignorato. Tuttavia, in relazione agli stimoli forniti da un cellulare, né a scuola né in famiglia si ha realmente consapevolezza di ciò che avviene. A causa di una distorta concezione della privacy, i genitori spesso rinunciano a controllare i cellulari dei figli. È un errore grave: è fondamentale farlo fino ai 18 anni”.

Se percepisce un rischio, quali sono i suoi passi successivi?

“Non esito. Non posso dire: sono cose da ragazzi. Nella maggior parte dei casi la situazione si risolve, ma Paolo è stato l’eccezione sfortunata e la sua storia ricade su tutti noi come una responsabilità. Se sento puzza di cattivo, parlo con il consiglio di classe per verificare se altri percepiscono ciò che vedo; informo il dirigente scolastico e il docente referente per il bullismo, un obbligo di legge nelle scuole dal 2017. Convocare i genitori del bullo ha spesso scarso valore: tendono a difendere i propri figli e a non accettare la verità”.

E che dire della vittima?

“A volte, la vittima si confida immediatamente; spesso, invece, chi subisce il bullismo si vergogna. I bulli non scelgono compagni con molti amici, ma mirano agli introversi, seguendo criteri che possono apparire sciocchi: essere troppo bassi o alti, magri o in sovrappeso, essere appassionati di sport meno popolari o comunque privi di una cerchia di sostegno”.

I segnali di allerta rimangono nascosti.

“È necessario prestare attenzione quando i ragazzi si isolano, trascorrono troppo tempo a casa o abbandonano attività sportive amate. Tuttavia, riconoscere il segnale di un atto estremo è quasi impossibile da fare. I genitori di Paolo hanno riferito di aver segnalato il problema per anni, ma lui è passato dalle elementari alle superiori senza che nessuno intervenisse per modificare un meccanismo distruttivo. Se questa situazione rispecchia la verità (la scuola nega), in questa tragedia, nessuno ha svolto adeguatamente il proprio lavoro, e il sistema ha fallito”.

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