Vertice a Palazzo Chigi per Risolvere la Crisi della Manovra Economica
C’è voluto un vertice a Palazzo Chigi, l’ennesimo, per rimettere o provare a rimettere in careggiata la manovra dopo settimane di stop and go e una nottata da tregenda sull’orlo di una crisi di nervi in casa Lega e, di conseguenza, nella maggioranza. Giorgia Meloni, irritata con l’alleato del Carroccio, ha chiamato nella sede del governo i due vicepremier per tentare di chiudere il caso pensioni (con lo scontro tra la Lega e il suo Ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti) e far ripartire la macchina del voto sulla legge di Bilancio. Una ripartenza che non impedirà uno slittamento dell’approdo del pacchetto in Aula al Senato nella notte tra il 23 e il 24 dicembre. Il risultato del summit a Palazzo Chigi, presenti anche il Ministro Giorgetti e il vice Maurizio Leo, è stato quello di escludere, per ragioni di costituzionalità, il ricorso a un decreto-legge per salvare gli aiuti alle imprese e le agevolazioni per la zona Zes e ripuntare su un nuovo emendamento del governo alla manovra. “Sarà depurato delle misure sulle pensioni per quanto riguarda le coperture. Ci saranno le misure per le imprese, che sono temi che già sono stati visti in commissione”, riporta Attuale.
Certo è che il vertice serale nel giorno in cui la manovra doveva essere licenziata dalla commissione Bilancio del Senato dà l’idea di quanto delicata sia la situazione. Mentre la premier era a Bruxelles, a Roma la sua maggioranza e il suo governo entravano in un cortocircuito sulla stretta alle pensioni. Sono le tipiche situazioni che a Meloni provocano irritazione e disappunto. Anche perché ai piani alti del governo si stigmatizza l’atteggiamento di una Lega che tiene un piede nel governo e uno fuori, puntando su battaglie populiste. Un giochino da furbi, si sottolinea: succede sulla politica estera, su quella economica, e questo a lungo andare può diventare un problema, preoccupante per la presidente del Consiglio. Meloni, spiega chi le ha parlato, sa che toccare le pensioni è doloroso, ma ritiene che le tensioni tra alleati non possano essere tirate fuori in modo così plateale, anche perché era stato tutto definito con il ministro leghista Giorgetti. Ora basta, è il messaggio fatto pervenire ai protagonisti della notte di trattative sulla manovra in Senato.
Il punto è che la Lega ci sta fino a un certo punto. “Da adesso forse sarà chiaro che se diciamo no è no”, la linea del partito di Salvini espressa da Claudio Borghi. Forse per questo scarseggiavano i sorrisi in serata alla cerimonia di auguri al Quirinale (poco prima della riunione a Chigi), dove è rimasta vuota la sedia di Giorgetti, che in prima linea ha affrontato le fibrillazioni anche nel suo stesso partito. C’è chi racconta che lo stralcio della misura sia arrivato anche dopo minacce clamorose, ma “è esagerato dire che abbiamo messo sul tavolo la tenuta del governo – precisa una fonte leghista di primo piano –. Era un fatto di sensibilità politica, andavano sistemate delle cose che non funzionavano”. Poco più tardi, a cavallo della mezzanotte, la spaccatura è stata sanata in un’altra call con lo stesso Giorgetti, Ciriani, Freni, la Ragioniera dello Stato Daria Perrotta e i due sottosegretari Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari. In quella situazione è stato messo in chiaro l’input di Meloni. La premier avrebbe preferito di gran lunga che il problema fosse gestito e risolto dietro le quinte, senza uno showdown in commissione che ha dato il fianco alle critiche delle opposizioni.
Possibile che le cose siano arrivate a questo punto? Ma come si fa a gestire una situazione così complessa in modo così pasticciato? Avrei preferito che trovassero un accordo prima… qui chi ci rimette è sempre il cittadino. Sembra un gioco telefonico, dove alla fine ci perdiamo tutti.