Congedo di paternità: proposta per cinque mesi retribuiti e non trasferibili in Italia

26.06.2026 10:45
Congedo di paternità: proposta per cinque mesi retribuiti e non trasferibili in Italia

Congedo parentale in Italia: la proposta di legge per un cambio culturale

In Italia, la nascita di un figlio continua a segnare un profondo distacco nella vita professionale e personale delle donne: una donna su cinque lascia il lavoro o viene espulsa dopo il parto. Questo dato evidenzia un sistema squilibrato, in cui la cura è vista come una responsabilità quasi esclusivamente femminile e i padri hanno a disposizione solo dieci giorni di congedo obbligatorio, un tempo insufficiente per costruire una presenza reale nei primi mesi di vita. La denatalità non è solamente una questione numerica, ma un segnale di un paese dove decidere di diventare genitori comporta costi elevati in termini di reddito, carriera e libertà, riporta Attuale.

Per affrontare questa emergenza, il Comitato “Pari alla Pari” ha presentato alla Camera una proposta di legge di iniziativa popolare. La riforma prevede cinque mesi di congedo per ciascun genitore, non trasferibili e retribuiti al 100%. Questa misura ha l’obiettivo di ridurre il gender pay gap e la distanza occupazionale tra uomini e donne, oltre a investire sui primi mille giorni di vita, periodo cruciale per lo sviluppo dei bambini che necessita della presenza di entrambi i genitori. La proposta include anche i lavoratori autonomi, frequentemente esclusi da queste tutele, e punta a superare le disuguaglianze territoriali tra un Nord con servizi più accessibili e un Sud dove i nidi sono spesso assenti.

Per approfondire le origini e le sfide di questa iniziativa, abbiamo intervistato Chiara Gaiola, cofondatrice del Comitato e assessora del Comune di Settimo Torinese, attivamente impegnata per questo cambiamento culturale.

Il Comitato “Pari alla Pari” ha origine da un’esigenza personale, da un’osservazione sociale o da entrambe? C’è stata una momento preciso in cui ha capito che doveva agire?

“Sostanzialmente nasce da entrambi i fattori, con una spinta che definirei ‘dalla pancia’. Il fattore scatenante è stata la bocciatura della proposta sul congedo paritario, avvenuta il 26 febbraio. In quel periodo, come amministrazione di Settimo Torinese, eravamo attivi sui primi mille giorni di vita: avevamo azzerato la lista d’attesa dei nidi grazie ai fondi del PNRR e reso il servizio gratuito per il 90% dei bambini della città. Tuttavia, ci siamo scontrati con un limite: come ente locale non avevamo potere sui congedi parentali. Questa frustrazione politica e la mia esperienza personale, essendo diventata madre a ottobre, mi ha fatto capire che non potevamo rimanere fermi. Abbiamo creato un gruppo di persone indignate e avviato l’iter per la legge di iniziativa popolare, motivati dalla convinzione che i bambini debbano vivere le prime fasi della vita con entrambi i genitori.”

Cinque mesi non trasferibili per ciascun genitore: perché questo modello? È ispirato a esperienze di altri paesi?

“Se deve esserci parità, deve essere reale. Se le madri hanno cinque mesi, anche i padri devono avere lo stesso diritto. La non trasferibilità è fondamentale: senza di essa, il rischio è scaricare nuovamente il carico della cura sulle donne. Studiando l’esperienza di un sindaco che aveva offerto un bonus per i padri in congedo, abbiamo visto che pochi lo richiedevano per timore di perdere il lavoro. Guardiamo alla Spagna, che ha introdotto un congedo paritario, mostrando come la nostra proposta, con cinque mesi di permesso dal mese precedente al parto fino ai 18 mesi successivi, sarebbe la prima in Europa per numero di settimane.”

La proposta include anche i lavoratori autonomi. Qual è stata la difficoltà di creare una norma che li coprisse?

“I professionisti con partita IVA sono storicamente esclusi dalle tutele. È una sfida complessa perché non si può obbligare un professionista a fermarsi come si fa con un dipendente. Abbiamo previsto l’innalzamento dell’indennità dall’80% al 100% del fatturato medio percepito nell’ultimo anno. È un inizio e richiederebbe leggi più ampie dedicate al welfare dei lavoratori autonomi, oltre la maternità o paternità.”

I dati mostrano che anche dove ci sono incentivi economici, i padri spesso non usufruiscono del congedo. Perché?

“I motivi sono intrecciati: paura di perdere il lavoro o opportunità di carriera. Anche culturalmente, oggi i padri sono espulsi dalla cura dopo dieci giorni. Durante quel breve tempo, le madri diventano ‘esperte’ della cura. I dati mostrano che dal 2013, con l’introduzione di questi dieci giorni, il numero di padri che li richiedono è triplicato, dimostrando che vogliono esserci, ma la precarietà del mercato e l’assenza di obbligo rendono difficile trasformare questo desiderio in presenza costante.”

Oltre agli aspetti professionali, qual è l’impatto umano della legge in casi di malattia o disabilità del bambino?

“Questa legge cambierebbe profondamente il Paese, permettendo a entrambi i genitori di essere competenti fin dall’inizio, soprattutto nelle difficoltà. Un papà ci ha raccontato della sua esperienza in terapia intensiva neonatale, dove ha dovuto scegliere se stare accanto alla moglie o risparmiare permessi per quando il bambino sarebbe tornato a casa. Garantire cinque mesi per entrambi significa evitare la scelta tra lavoro e assistenza al figlio in un momento critico.”

Avete incontrato resistenze? Da chi e per quali motivi?

“Non abbiamo trovato grandi resistenze ideologiche, ma sentiamo timori dai datori di lavoro. Questa legge rappresenta un enorme cambiamento culturale e necessiterebbe di misure di supporto. È importante far capire che una società che supporta la genitorialità è l’unica che garantirà un futuro sano nel lungo termine.”

È importante trovare consenso su un tema come questo?

“Nessuna grande riforma è passata senza un ampio consenso. Il nostro comitato è apartitico, ma non apolitico: il dialogo con la politica è necessario. Dopo la raccolta delle 50.000 firme, qualcuno dovrà portare avanti la proposta in Commissione.”

Il percorso richiede firme e mobilitazione. Qual è il vostro orizzonte temporale?

“Abbiamo iniziato la raccolta firme da pochi giorni e puntiamo a concluderla entro dicembre. Questo è cruciale poiché coinciderà con la manovra finanziaria e crediamo che portare firme in quel momento forzi il Parlamento a discutere la proposta mentre decidono sugli investimenti per il Paese.”

Perché la discussione sulla denatalità si concentra spesso solo sugli incentivi economici?

“La situazione è critica, con politiche che puntano solo a dare bonus immediati invece di una visione sistemica. Manca un approccio complessivo, e le risorse dovrebbero essere destinate ad aiutare i comuni ad aprire nidi e renderli statali. Le donne vengono espulse dal mercato del lavoro a causa dei salari già bassi.”

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