Inaugurazione dell’anno giudiziario: il referendum sulla separazione delle carriere al centro del dibattito nazionale
Roma, 31 gennaio 2026 – La magistratura attacca all’unisono su tutto il territorio nazionale. L’inaugurazione dell’anno giudiziario si trasforma in una trincea, con una data di scadenza ben precisa: il 22-23 marzo, giorni in cui tutto si fermerà per lasciare spazio alle urne. L’argomento è uno solo, divisivo e incandescente: il referendum sulla separazione delle carriere. Il mantra che rimbalza da una all’altra delle 26 Corti d’Appello è sempre lo stesso: “Questa riforma è punitiva, non serve a niente, non risolve i veri guasti della giustizia”, riporta Attuale.
Tutti gli occhi sono puntati sulla capitale morale, Milano, dove il Guardasigilli Carlo Nordio cerca di parare affondi pesantissimi. “La riforma non inciderà sui tempi della giustizia”, tuona il presidente Giuseppe Ondei. Rincara la dose la procuratrice generale, Francesca Nanni: “Ha un carattere punitivo che non meritiamo”. Il ministro respinge tutto in blocco: «Nessun intento punitivo o persecutorio. Noi enfatizziamo l’autonomia delle toghe. Sostenere che vogliamo minarne l’indipendenza è blasfemo.” Nordio tocca un tasto dolente e, a stretto giro, arriva la risposta del presidente locale dell’Associazione nazionale magistrati, Cesare Parodi: “Il termine non è dei più appropriati. Si potrebbe forse meglio dire: opinioni non condivisibili”. Nordio però tira dritto e cita il suo recente viaggio a Londra: “Il Lord Cancelliere era esterrefatto nel sapere che in Italia accusa e giudizio appartengono alla stessa famiglia”. La separazione, chiosa poi, è “il precipitato logico di un processo accusatorio che vige dal Regno Unito agli Stati Uniti”, dove le carriere unificate sono l’eccezione, non la regola.
Musica più soft a Napoli. La presidente della Corte, Maria Rosaria Coviello, invoca il dialogo: “Il referendum non deve essere un momento di contrapposizione”. Il sottosegretario Alfredo Mantovano raccoglie l’assist ma avverte: “Va benissimo il confronto, ma basta slogan falsi. Se vince il Sì, non ci sarà nessuna Apocalisse”. Clima tesissimo invece a Roma, dove Giusi Bartolozzi, capo-gabinetto del ministero di Nordio, non usa mezzi termini. Alle lamentele del presidente Giuseppe Meliadò sulla formula “fuorviante” dell’invasione di campo e sulla “frenesia normativa” del governo, risponde secca: “Mi sarei aspettata un appello a rispettare i propri ruoli. L’esecutivo sta dando risposte concrete”.
Ma il duello più aspro va in scena a Bari. Il presidente della Corte, Francesco Cassano, evoca spettri del passato: “Dalle ‘mani libere’ della politica a ‘Mani Pulite’ il passo è breve”. Furibonda la reazione del viceministro della giustizia Francesco Paolo Sisto, che abbandona l’aula sibilando: “Non è un’inaugurazione, è un comizio. Un attacco al Governo senza precedenti e offensivo”.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, i retroscena confermano che la campagna elettorale è iniziata, sebbene il governo non l’abbia ancora impostata strategicamente. L’iniziativa è saldamente nelle mani del fronte del ‘No’: magistratura e opposizioni segnano a porta vuota, occupando lo spazio mediatico con una narrazione compatta e recuperando terreno nei sondaggi. “In verità – ammettono a mezza bocca fonti governative – anche nella destra c’è la politicizzazione del referendum.” Ogni partito si muove in ordine sparso, senza una strategia comune. Giorgia Meloni, come sul fronte opposto, preferisce esporsi il meno possibile. Tuttavia, per la destra, combattere con una mano legata dietro la schiena — cioè senza la premier in prima linea — sta diventando rischioso. Si fa strada l’ipotesi di un vertice di maggioranza per coordinare la comunicazione, ma una cosa è certa: se i sondaggi dovessero segnalare un rischio reale, Meloni uscirà dal bunker, mettendo sul piatto tutto il peso della sua leadership per ribaltare la partita.