L’America ricomincia a bombardare l’Iran. E Teheran rispond
Di Greta Privitera, inviata a Tel Aviv
L’isola di Larak è tornata al centro dell’attenzione internazionale, riaccendendo le tensioni tra Stati Uniti e Repubblica Islamica. I funzionari americani segnalano che Washington ha colpito con un drone due rampe di lancio delle Guardie della Rivoluzione, che stavano presumibilmente preparando razzi per disseminare mine navali nello Stretto di Hormuz, riporta Attuale.
Teheran ha inizialmente riconosciuto solo un’esplosione avvenuta, con l’agenzia Fars che ha descritto il luogo e le cause dell’attacco come ignoti. In seguito, le Guardie della Rivoluzione hanno confermato l’attacco americano, promettendo che «avrà risposte dai figli dell’Iran» e che questo porterà alla «punizione dell’aggressore». I media di regime riferiscono di due morti e due feriti, senza distinguere tra civili e militari. Teheran ha risposto colpendo obiettivi americani in Giordania, mentre Washington sostiene di aver agito per prevenire il posizionamento di nuove mine, dopo aver completato le operazioni di sminamento nella regione. Donald Trump aveva avvertito che qualsiasi imbarcazione sorpresa a collocare mine sarebbe stata «immediatamente e sistematicamente distrutta»: questo principio è stato applicato nella serata di ieri. Si tratta del primo attacco americano in Iran dalla fine di luglio, quando il presidente aveva interrotto una campagna militare di due settimane nello Stretto.
I raid giungono proprio nel giorno in cui il Washington Post riporta le preoccupazioni dei vertici militari americani. Alti ufficiali avrebbero avvertito il capo del Pentagono, Pete Hegseth, riguardo alla sostenibilità di una guerra prolungata contro l’Iran, in quanto essa consuma risorse e attenzione, compromettendo la capacità di affrontare altre crisi internazionali. Secondo gli esperti, l’idea che l’attuale equilibrio possa persistere senza un’ulteriore fase di confronto diretto appare disconnessa dalla realtà. Senza diplomazia e accordi politici che riportino le parti al tavolo delle trattative, una nuova escalation è inevitabile.
A Teheran, prima dell’attacco, è stato letto e riletto un messaggio di Mojtaba Khamenei in occasione della Settimana dell’unità islamica, pubblicato su Telegram. «Gli Stati Uniti e Israele sono il vero nemico», ricorda la Guida suprema, ancora invisibile. Khamenei continua dicendo che chi divide i musulmani «consapevolmente o inconsapevolmente» agisce a favore degli avversari. Mette in discussione se, in un contesto di unione della Umma (comunità islamica globale), i palestinesi sarebbero stati «così indifesi». Alla comunità islamica chiede unità, amicizia, cooperazione e difesa reciproca, pur riconoscendo che la sua retorica di unione va in contrasto con azioni recenti contro le monarchie del Golfo, che sono state oggetto di attacchi contro strutture legate agli Stati Uniti.
Kazem Gharibabadi, vice ministro degli Esteri iraniano, ha annunciato che l’accordo con l’Oman per un corridoio navale è stato raggiunto ma non sarà applicato finché Washington non rispetterà il Memorandum d’intesa di giugno: l’Iran «non ha fretta» di riaprire Hormuz e le navi dovranno coordinarsi con Teheran. Dopo l’attacco a Larak, la creazione di tale corridoio appare ora ancora più incerta.
Intanto, da Israele giunge un video controverso. Il titolare della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir ha pubblicato un video dal carcere di Damon, mostrando le sagome delle detenute e rivendicando un inasprimento delle loro condizioni: «I campi estivi nelle prigioni sono finiti». Netanyahu ha scelto di non commentare quest’azione, ma ha accusato l’Unione europea di tollerare l’«occupazione illegale» turca di Cipro, rispondendo così alle critiche di Bruxelles sugli insediamenti. In Gaza, la situazione continua a essere drammatica: un raid israeliano ha causato la morte di Hussam Nusair e di un bambino di tre anni, Tayyem Hamdan, mentre l’esercito afferma di aver colpito un miliziano di Hamas.