La crisi nel Kurdistan iracheno: i curdi resistono alle pressioni statunitensi
ERBIL (Kurdistan Iracheno) – Determinati a restare fuori dalla guerra in Iran, i curdi iracheni si trovano a fronteggiare il rischio di un coinvolgimento involontario e ricordano i tradimenti del passato. «Lasciate stare i curdi: non siamo fucili in affitto», ha affermato Shanaz Ibrahim Ahmed, moglie del presidente iracheno Latif Rashid, entrambi curdi, riporta Attuale.
Alti funzionari del governo regionale di Erbil hanno sottolineato: «Troppe volte nella Storia anche recente, come in Siria, siamo stati utilizzati dagli americani e dai loro alleati per raggiungere obbiettivi che non erano i nostri, per poi essere dimenticati e lasciati soli a pagare le conseguenze». Queste parole giungono in un contesto in cui si diffondono notizie riguardanti l’intenzione di Washington di mobilitare i gruppi di curdi iraniani dell’opposizione e una parte dei «fratelli» in Iraq per scatenare una guerra civile in Iran e contribuire alla spallata contro il regime degli Ayatollah.
La situazione attuale
La realtà sul campo, però, sembra smentire le speranze di Donald Trump. I curdi iracheni non si muovono e auspicano che anche i curdi iraniani rimangano fermi. Erbil è una città in attesa. I reporter giunti dalla frontiera turca segnalano poco traffico sulle strade, l’aeroporto chiuso e posti di blocco più rigorosi, con la tensione alle stelle e le milizie sciite irachene visibili lungo la provinciale verso Mosul, mentre si susseguono attacchi a basi USA e curde iraniane tramite droni e missili.
«Anche oggi gli iraniani ci hanno colpito con due missili e tre droni. Siamo in allerta, potrebbero tornare in qualsiasi momento», ha dichiarato Aman Zibai, sfollato dalla cittadina iraniana di Mahabad, che ha visto interrompersi i contatti con i familiari a causa degli attacchi. Vive nel campo profughi di Koia, a circa 40 chilometri da Erbil, dove la polizia curda controlla severamente il traffico.
Fonti diplomatiche occidentali hanno riferito che, nell’ultimo mese di guerra, la provincia curda è stata colpita almeno 140 volte. Non solo gli iraniani hanno attaccato le basi americane, ma anche le Pmf (Forze di Mobilitazione Popolare), le milizie sciite irachene alleate di Teheran. Un hotel a Erbil è stato colpito nella serata di ieri.
Obiettivi strategici
Tra gli obiettivi preferiti degli attacchi si trova la base americana presso l’aeroporto internazionale, che confina con quella presidiata dai circa 320 soldati italiani. «Questo non è il momento per rilasciare dichiarazioni», rispondono fonti dal ministero della Difesa a Roma. Anche i contingenti di Germania, Francia, Gran Bretagna e Paesi Bassi confermano di preferire mantenere un basso profilo.
«Va sottolineato che l’ombrello antiaereo USA funziona bene; al momento non ci sono segnalati morti tra i soldati dei contingenti internazionali né tra i civili», dichiarano i diplomatici. Non si può dire lo stesso riguardo alle basi degli Haraket al-Adalah e del Pdki, con entrambe le formazioni della resistenza armata curda iraniana già in difficoltà a causa di frequenti attacchi.
Le relazioni geopolitiche
«Non crediamo che Trump voglia necessariamente rovesciare il regime iraniano. Tuttavia, sappiamo che vorrebbe sobillare i curdi iraniani alla rivolta, il che mette sotto pressione noi in Iraq», affermano funzionari di Erbil. Qui, nessuno intende violare gli accordi tra Baghdad e Teheran del 2023, mirati a evitare aggressioni.
Due elementi emergono come dati di fatto; oggi il regime iraniano è tutt’altro che sconfitto, e le sue milizie sono in grado di reprimere eventuali rivolte interne. La rapidità con cui gli ufficiali iraniani uccisi vengono rimpiazzati è testimoniata anche dai nostri ufficiali sul confine. Inoltre, un’eventuale partecipazione dei curdi alla guerra in Iran porterebbe a un attacco dalle milizie sciite irachene, scatenando una guerra civile con conseguenze devastanti.
Nel Kurdistan iracheno vivono circa sei milioni e mezzo di persone, costituendo una minoranza nel contesto di una popolazione irachena di 47,6 milioni di abitanti, prevalentemente sciiti. Il loro territorio è di 46.000 chilometri quadrati, poco più di un decimo dell’intero Paese. Fonti di Erbil segnalano che il Pentagono ha inviato armi e si è dichiarato pronto a fornire ulteriore supporto; tuttavia, i curdi esprimono un desiderio chiaro di essere lasciati in pace.