Il caso di Beatrice: la narrazione problematica delle persone trans in Italia dopo il suo suicidio

16.02.2026 17:25
Il caso di Beatrice: la narrazione problematica delle persone trans in Italia dopo il suo suicidio

A Ragusa una ragazza di 14 anni si è tolta la vita: una notizia che, da sola, basterebbe a imporre silenzio, cautela e rispetto. Tuttavia, accanto al dolore per una morte così giovane, si è aperta quasi subito un’altra ferita: quella del racconto mediatico. Diversi resoconti locali, infatti, hanno descritto Beatrice, a causa della sua identità di ragazza trans, al maschile e indicata come “ragazzo”, con riferimenti anagrafici che non tenevano conto della sua identità di genere, riporta Attuale.

Questo caso di misgendering ha suscitato l’indignazione di attiviste e associazioni LGBTQIA+ e ha riportato al centro una questione cruciale: come vengono raccontate, in Italia, le vite – e, purtroppo, le morti – delle persone transgender?

Lungi dall’essere una disputa lessicale o una questione “ideologica”, il modo in cui una persona viene nominata, specialmente in un momento estremo come la morte, è parte integrante del suo riconoscimento sociale. Per una ragazza trans, essere definita con il genere che non le appartiene significa essere privata pubblicamente della propria identità. In questo passaggio tra cronaca e narrazione si misura la responsabilità del giornalismo.

Nel caso di Ragusa, le reazioni sui social sono state immediate e rabbiose. Attiviste e realtà associative hanno denunciato non solo l’uso dei pronomi sbagliati, ma anche un tono percepito come distante, talvolta riduttivo, incapace di restituire la complessità di una vicenda che intreccia adolescenza, identità di genere, fragilità e contesto sociale.

Questa storia, purtroppo, non è isolata: accade fin troppo spesso che quando una persona trans finisce al centro della cronaca, la sua identità diventa oggetto di incertezza, ambiguità, talvolta di contestazione implicita. Si alternano formule come “nato biologicamente uomo”, “era un ragazzo che si sentiva donna”, “aveva scelto di cambiare sesso”: espressioni che mettono in discussione l’autodeterminazione e, di conseguenza, il racconto giornalistico diventa un atto culturale.

La morte di una quattordicenne impone innanzitutto rispetto per il dolore della famiglia e della comunità. Ma impone anche una riflessione collettiva su come le parole possano marginalizzare e invisibilizzare.

Il caso di Ragusa: misgendering e negazione

Nelle ore successive alla diffusione della notizia riguardante la morte della giovane Beatrice, alcune testate locali hanno parlato di “un ragazzo di 14 anni” che si sarebbe tolto la vita, utilizzando sistematicamente il maschile e facendo riferimento al nome anagrafico. In altri passaggi si è scelto di specificare che si trattava di “un ragazzo che si sentiva una ragazza” o che “aveva intrapreso un percorso di transizione”, formule che, pur tentando di dare una spiegazione, finiscono per mettere in dubbio l’identità della persona, come se fosse una percezione soggettiva e non un dato identitario.

È proprio su questo scarto che si è concentrata la critica di attiviste e associazioni LGBTQ+, che hanno parlato apertamente di “misgendering” e di “mancanza di rispetto”. Sui social, il profilo @themystictsunade, tra i primi a commentare con rabbia il trattamento riservato alla giovane, ha denunciato che anche nella morte è stata negata la sua identità, evidenziando quanto la scelta delle parole non sia neutra.

Nel racconto mediatico, così come nei commenti delle istituzioni al caso, sono comparse espressioni come “scelte di vita” o riferimenti al “disagio legato alla sua condizione”, formule che spostano l’attenzione sull’identità di genere come possibile causa implicita, senza prendere in considerazione il contesto – psicologico, familiare e sociale. Si rischia così di suggerire un nesso semplicistico tra essere trans e sofferenza.

Cos’è il misgendering e perché è così importante evitarlo

Il termine “misgendering” indica l’atto di riferirsi a una persona utilizzando pronomi, nome o genere che non corrispondono alla sua identità di genere. L’importanza di questo atto, che sembra piuttosto semplice, è dimostrata da numerose ricerche, che mostrano come il riconoscimento del nome e dei pronomi scelti sia strettamente collegato al benessere psicologico delle persone trans, in particolare tra adolescenti e giovani adulti. Il Trevor Project – organizzazione statunitense che si occupa di prevenzione del suicidio tra giovani LGBTQ+ – evidenzia nei suoi report annuali come il rispetto dell’identità di genere e il supporto familiare siano tra i principali fattori protettivi rispetto al rischio suicidario.

Ma il linguaggio ha un peso anche sul piano della rappresentazione pubblica. La copertura mediatica delle notizie riguardanti soggettività trans tende spesso a incorniciare le identità di genere come oggetto di dibattito, piuttosto che come un dato di fatto, contribuendo a costruire un clima di delegittimazione. Quando l’identità viene messa in dubbio con frasi come “si sentiva donna”, “si definiva ragazza”, il messaggio implicito è che si tratti di un’opinione e non di un dato costitutivo della persona.

È chiaro come il misgendering non sia soltanto una questione terminologica, perché è un atto che, soprattutto quando amplificato dai media, può rafforzare invisibilità e stigma.

La narrazione delle persone trans nei media italiani

Nel contesto italiano, la rappresentazione delle persone transgender oscilla tra invisibilità e iper-esposizione distorta. Quando le vite trans non sono del tutto assenti dal racconto mediatico, spesso vengono inquadrate quasi esclusivamente attraverso tre lenti: la cronaca nera, il dibattito politico sui diritti o il conflitto culturale. Raramente trovano spazio come soggetti complessi, portatori di esperienze ordinarie, competenze, professioni, relazioni.

Organizzazioni come MIT – Movimento Identità Trans denunciano da anni come il linguaggio utilizzato nei media italiani tenda a insistere su formule quali “nato uomo”, “cambio di sesso”, “era biologicamente…”: tutte espressioni che mettono al centro il sesso assegnato alla nascita piuttosto che l’identità di genere. Una scelta narrativa che implicitamente suggerisce una gerarchia tra “dato biologico” e identità, alimentando l’idea che quest’ultima sia secondaria o opinabile.

Esistono comunque dei tentativi di uscire da questa logica e da questo tipo di narrazione: l’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana hanno promosso negli anni momenti formativi sul linguaggio inclusivo e sul rispetto delle identità di genere. Esistono inoltre linee guida elaborate da associazioni LGBTQ+ italiane che invitano a evitare il deadnaming, a utilizzare i pronomi corretti e a non rendere l’identità di genere un elemento sensazionalistico se non strettamente rilevante per la notizia. Tuttavia, l’app

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