Il limbo dei “non cittadini” russi in Lettonia e le elezioni in corso

03.10.2026 11:05
Il limbo dei "non cittadini" russi in Lettonia e le elezioni in corso

In Latvia, the “non-citizen” population faces exclusion from elections

Circa il 9 per cento della popolazione della Lettonia non può votare alle elezioni di questo sabato. Sono i cosiddetti “non cittadini”: persone che parlano russo, in prevalenza di etnia russa, e che non hanno potuto o voluto prendere la cittadinanza lettone dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica (URSS). Erano poco meno di 200mila nel 2022, e il loro numero cala ogni anno: sono quasi la metà della minoranza russa, che a sua volta è circa un quarto della popolazione totale della Lettonia, di 1,8 milioni di persone, riporta Attuale.

Ci sono ragioni storiche se la comunità russofona non è integrata e persistono divisioni. Nel 1990, la neonata Lettonia diede la cittadinanza in modo selettivo, solo a chi aveva antenati che abitavano lì prima del 1940: cioè prima dell’annessione all’URSS, che promosse trasferimenti di popolazione russa nei territori assoggettati. Il governo lettone voleva impedire che una minoranza russa così nutrita ostacolasse o addirittura invertisse il processo di sganciamento dalla Russia. Nacque così lo status di nepilsoņi, i “non cittadini”: risultano formalmente apolidi, ma in Lettonia hanno tutti i diritti tranne quello di voto.

Negli anni, i criteri per la cittadinanza si sono allargati. Si può ottenere attraverso un esame di storia e lingua lettone, e dal 2013 i figli dei nepilsoņi possono riceverla se alla nascita lo chiede uno dei genitori. Dopo un referendum fallito nel 2012 che chiedeva di riconoscerlo come seconda lingua ufficiale, però, gli spazi pubblici per il russo si sono ristretti: da anni non è più insegnato nelle scuole e recentemente l’hanno abbandonato anche i media statali.

La Lettonia confina con Russia e Bielorussia, e queste scelte risentivano anche di ragioni di politica estera. C’era il precedente dell’annessione illegale della Crimea da parte della Russia nel 2014, motivata dal regime russo col pretesto di proteggere la minoranza linguistica locale; poi nel 2022 c’è stata l’invasione su larga scala dell’Ucraina.

Oggi i “non cittadini” compongono meno della metà della minoranza russa che vive in Lettonia. Gli altri hanno la cittadinanza e possono votare. «I russi di Lettonia sono generalmente pro-Russia, ma alle elezioni del 2022 la maggioranza rimase in disparte, imbarazzata dalla guerra», ha dichiarato a Reuters il sondaggista lettone Arnis Kaktins. «Se questa volta andranno a votare, i partiti filorussi andranno bene». In Lettonia un partito filorusso arrivò primo alle elezioni nel 2011, nel 2014 e nel 2018, ma non trovò mai alleati disposti a governare insieme. Poi fu indebolito da scissioni, e alle ultime elezioni, nel 2022, i partiti filorussi andarono male.

Attualmente, i principali sono due: rispettivamente secondo e terzo nei sondaggi. Il secondo è Potenza Sovrana, con cui il primo ministro uscente di centrodestra Andris Kulbergs ha già escluso ogni collaborazione. È quello più diretto nei toni filorussi. La leader Jūlija Stepaņenko è stata criticata per avere ricevuto una donazione da 420mila euro da suo padre, un imprenditore russo che ha fornito all’esercito russo barriere anticarro in cemento. Stepaņenko chiede di interrompere il sostegno all’Ucraina e rifiuta di dire se manterrebbe le sanzioni alla Russia. Il suo mantra è «i nostri elettori vogliono la pace».

L’altro si chiama Prima la Lettonia ed è un po’ meno esplicito. Fu fondato nel 2021 dall’imprenditore Ainārs Šlesers, che ha legami con oligarchi russi. Il partito propone di riprendere i commerci con la Russia e di livellare le divisioni tra la minoranza russa e il resto della popolazione. È una retorica che attecchisce tra i russi di Lettonia, che si sentono trascurati dalla politica istituzionale.

Peraltro la Russia e la guerra in Ucraina sono inevitabilmente finite nella campagna elettorale. Il primo ministro Kulbergs è entrato in carica solo a fine maggio, dopo che il governo precedente era caduto per una crisi politica. L’allora prima ministra Evika Silina cercò di incolpare il ministro della Difesa, il cui partito si era sfilato dal governo. Il partito di Silina, che nel 2022 era arrivato primo, non è sicuro di superare lo sbarramento del 5 per cento.

Kulbergs è un sostenitore dell’Ucraina e promette di potenziare le difese anti-drone lettoni. In campagna elettorale ha denunciato gli attacchi ibridi russi contro i paesi europei e ha riconosciuto che la guerra in Ucraina ha diviso la società: «Molte persone non condividono la stessa visione. Una parte della società non percepisce la Russia come una minaccia».

I partiti filorussi sostengono che, invece di finanziare l’Ucraina, il governo dovrebbe investire nell’assistenza agli anziani. Si raccontano come protettori della lingua russa, proponendo di parificarla a quella lettone e di riaprire i commerci con la Russia. Fino all’inizio della guerra in Ucraina, la Russia era il principale partner commerciale della Lettonia, ma dopo la Lettonia ha ridotto drasticamente le importazioni da Russia e Bielorussia.

Proprio l’invasione dell’Ucraina ha portato vari russi di Lettonia, e in particolare le seconde generazioni, a riconsiderare le loro opinioni sul regime di Vladimir Putin. La prospettiva di un ritorno in patria ha perso attrattiva. La Lettonia è diventata meta di dissidenti e intellettuali che hanno lasciato la Russia per via della guerra, con media indipendenti che operano nel paese.

La convivenza non è sempre stata semplice. Nel 2023, un conduttore di Dozhd è stato licenziato per aver pubblicizzato una raccolta fondi per i soldati russi mobilitati. Quando la Lettonia gli ha revocato la licenza, Dozhd ha trasferito la redazione nei Paesi Bassi.

Anche in caso di un risultato eclatante di Potenza Sovrana o di Prima la Lettonia, è inverosimile che vadano al governo, proprio perché gli altri partiti sono ostili. Lista Unita, il partito di Kulbergs, è dato in netto vantaggio e si prevede che riprovi a formare una coalizione con altri partiti che superano la soglia di sbarramento.

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