Il richiamo della divisa: l’amore per i generali e la prospettiva di un futuro militarizzato in Italia

07.09.2026 01:25
Il richiamo della divisa: l'amore per i generali e la prospettiva di un futuro militarizzato in Italia

Il Fascino dei Generali: Una Riflessione sull’Efficienza nella Politica Italiana

Roma, 7 settembre 2026 – I generali piacciono. A parte il generalissimo che va fortissimo, piccoli vannacci crescono ovunque, al netto delle indagini della magistratura militare. È già annunciato un altro generale, ma almeno in pensione, Carmelo Burgio, come candidato a sindaco di Milano, anche con annunci di “rastrellamenti”, prassi cui si credeva di avere già dato a sufficienza nel 1944. E chissà quante altre stellette sbucheranno nella scia di un Futuro nazionale in grigioverde, con lezioni di educazione militare nelle scuole, ed eventualmente il ripristino della leva obbligatoria. Curiosamente, una parte dell’opinione pubblica sembra ritenere che affidare la gestione della cosa pubblica ai soldati garantisca efficienza, riporta Attuale.

Sarà la nostalgia dell’uomo e delle maniere forti, la disciplina delle caserme come modello di ‘law and order’ nelle strade. Per risolvere i problemi di criminalità, spaccio e altre sventure, si promuove l’idea che sia meglio mettere tutto nelle mani dei generali. Tuttavia, la storia italiana dimostra che tale convinzione è fuorviante e che il Paese ha una lunga consuetudine con brutte figure belliche.

Non è che gli italiani non si battono, ma è vero che spesso sono stati eserciti di leoni comandati da asini. Una vecchia battuta sottolinea come i generali siano scarsi, dati i criteri di selezione che li portano a essere scelti tra i colonnelli. Anche gli ammiragli non hanno brillato, mostrando la fragilità della leadership militare nel paese.

Un breve riassunto storico rivela un quadro preoccupante. Dopo l’Unità, il primo conflitto è la Terza d’indipendenza (1866), conclusasi in modo disastroso sia per l’esercito a Custoza che per la marina a Lissa. Nel 1870, la presa di Roma si presenta come una passeggiata, ma nel 1896 la battaglia di Adua segna un’altra sconfitta. Nella guerra italo-turca del 1911, la marina se la cava meglio dell’esercito, ma le critiche di Giovanni Giolitti risuonano ancora oggi. Durante la Prima Guerra Mondiale, nonostante alcuni atti di eroismo, i comandi, da Cadorna in giù, carenti di perspicacia, hanno contribuito a un risultato incerto.

Nella Seconda Guerra Mondiale, l’Italia vive un susseguirsi di disastri: dalla campagna in Africa a quella in Grecia e nei Balcani, fino al catastrofico fronte russo. Fortunatamente, gli ottant’anni seguenti di pace si devono a istituzioni come la Nato e l’Europa, criticati dai sovranisti fai-da-te, che preferirebbero un ritorno al militarismo.

Non è certo che affidare il governo ai militari si traduca in successi. Nel 1866, Lamarmora fallì come generalissimo e come primo ministro, trascinando l’Italia in una guerra evitabile. Anche in tema di ordine pubblico, le azioni di Fiorenzo Bava Beccaris alla fine del XIX secolo non hanno lasciato buoni ricordi. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, gli errori strategici, come quelli di Badoglio nel 1943, hanno confermato che “la guerra è una cosa troppo seria per lasciarla fare ai generali”, e ancora di più, per la politica.

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