Keret: «Dal 7 ottobre siamo in guerra permanente, è il momento di riflettere»

07.10.2026 00:15
Keret: «Dal 7 ottobre siamo in guerra permanente, è il momento di riflettere»

Il conflitto interminabile: una riflessione sulla guerra e sulla politica israeliana

I volti degli ostaggi israeliani liberati da Gaza, insieme ai genitori in lutto per i figli mai tornati, continuano ad apparire sui nostri schermi televisivi. Alcuni di questi volti si trovano anche nelle liste elettorali di vari partiti politici, affiancati a generali in pensione. Poco più di una settimana fa, un padre in lutto presente nella lista del Likud ha risposto a una delle ostaggi liberati, augurandole di essere rispedita da Hamas come prigioniera. Parole dure, ma in tempo di guerra l’intolleranza è comune. Se qualcuno osasse suggerire che ci siamo lasciati alle spalle il 7 ottobre, le persone intorno a lui indicherebbero un aereo di FlyDubai alto sopra le loro teste e lo rimprovererebbero per aver detto un’idiozia, ribadendo che la violenza continua. Anche se le sole ferite gravi nella vicenda riguardano il pilota indiano, i media israeliani si sono affrettati a definirlo un eroe per aver difeso Israele, mentre in realtà si è semplicemente salvato la vita respingendo un attacco terroristico.

La guerra come strumento politico

È chiaro che Netanyahu sta utilizzando un pericolo imminente per consolidare la sua posizione. In un video promozionale, con un aereo da combattimento alle spalle, ha affermato che gli iraniani ci attaccheranno nelle prossime settimane. Se non accadesse, Israele potrebbe intraprendere un’azione preventiva contro l’Iran o altre nazioni vicine. Non ci sono molti luoghi nella regione che non abbiamo attaccato negli ultimi tre anni: Gaza, Libano, Yemen e persino Turchia potrebbero essere obiettivi se creati appelli di giustificazione.

Per le famiglie in lutto e gli ostaggi liberati, i traumi del 7 ottobre persisteranno. Netanyahu sa benissimo che una volta che il 7 ottobre verrà superato, la nazione, profondamente ferita, potrebbe finalmente dedicarsi a una riflessione necessaria. La sua strategia è quella di mantenere viva la narrativa del pericolo esistenziale, impedendo l’introspezione e la ricostruzione della società israeliana.

Le minacce esistenziali e il cinema provocatorio

Non mancano le nuove minacce: un tribunale all’Aia, critiche da sindaci e paesi europei riguardo a Israele, e in questi giorni, un film intitolato “Naza” ha suscitato polemiche. I registi israeliani utilizzano una forma di riflessione critica, mettendo a nudo le azioni di Israele, mentre il massacro continua. Netanyahu e il suo ministro della Cultura hanno risposto chiedendo la revoca della cittadinanza di questi cineasti, un gesto che mette in luce l’incapacità di affrontare il proprio passato.

Una politica di esclusione

Chi crede che la situazione si sistemerà nelle prossime settimane con le elezioni dovrebbe riflettere. Gli oppositori del governo di guerra hanno appoggiato l’imposizione di un divieto per i partiti arabi di partecipare alle elezioni, negando rappresentanza a una parte significativa della popolazione israeliana. Questo clima di emergenza ha portato a una riduzione della libertà politica, mentre la paura del conflitto continua a dominare il discorso pubblico.

È evidente che il 7 ottobre non è solo una data, ma uno stato d’animo. Con o senza Netanyahu, il suo impatto potrebbe rimanere un tema ricorrente per gli israeliani, per anni a venire, finché non ci sarà una vera volontà di affrontare le questioni di fondo. Riportando alla luce le contraddizioni interne della società israeliana, ci troviamo a domandarci: cosa siamo diventati?

Informazioni da Attuale.

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