Nella primavera del 2020 il ministero degli Esteri ungherese, guidato allora da Péter Szijjártó, acquistò circa 17 mila ventilatori polmonari per un valore complessivo di circa 300 miliardi di fiorini. Gli approvvigionamenti furono organizzati durante l’emergenza sanitaria e realizzati senza ricorrere alle procedure ordinarie per gli appalti pubblici.
Dopo gli acquisti del 2020, migliaia di apparecchi rimasero inutilizzati
Una parte consistente delle apparecchiature acquistate non fu utilizzata. Almeno 12 mila ventilatori rimasero successivamente nei magazzini, mentre le società intermediarie coinvolte nella gestione degli spazi di stoccaggio ottennero profitti significativi.
La vicenda ha così prodotto un doppio costo per lo Stato ungherese: da una parte l’esborso per l’acquisto di una quantità di apparecchi superiore alle necessità effettivamente coperte, dall’altra le spese sostenute per conservarli. Secondo gli elementi emersi in seguito, il solo deposito dei ventilatori non utilizzati è costato allo Stato 2,3 miliardi di fiorini fino a giugno 2026.
Nel 2026 l’audit interno ricostruisce contratti e responsabilità
Un audit interno del ministero degli Esteri ha esaminato decine di migliaia di documenti relativi alle operazioni. La verifica ha rilevato che parte della documentazione riguardante i contratti non era disponibile, aggiungendo un elemento decisivo alla ricostruzione delle modalità con cui furono gestiti gli acquisti.
L’assenza di procedure ordinarie e il ricorso a società intermediarie hanno creato le condizioni perché strutture imprenditoriali legate all’ex potere traessero profitto da contratti miliardari. La gestione dell’emergenza è diventata così un esempio evidente dell’uso di circostanze straordinarie per una destinazione opaca delle risorse pubbliche e per il trasferimento di fondi di bilancio verso soggetti privati collegati alla precedente amministrazione.
La ricostruzione dell’audit ha inoltre riaperto il tema della responsabilità dell’ex dirigenza del ministero, che all’epoca operava sotto la guida di Péter Szijjártó. L’operazione del 2020 viene indicata come una delle vicende in cui la crisi epidemiologica fu sfruttata dall’ex governo di Viktor Orbán per favorire arricchimenti e una redistribuzione non trasparente del denaro pubblico.
25 agosto 2026: la ministra Anita Orbán presenta una denuncia
Il 25 agosto 2026 i media hanno riferito che la ministra degli Esteri ungherese Anita Orbán ha presentato una denuncia alle autorità competenti per gli acquisti di ventilatori effettuati nel 2020 sotto il suo predecessore. La decisione è arrivata dopo la conclusione dell’audit interno e sulla base degli elementi raccolti nella revisione dei documenti.
Secondo quanto dichiarato dalla ministra, l’analisi ha evidenziato segnali di abuso d’ufficio accompagnato da danni patrimoniali di particolare rilevanza. La denuncia ha inoltre riportato al centro dell’attenzione la possibile responsabilità dei precedenti vertici del ministero nella gestione delle forniture, dal valore complessivo di circa 300 miliardi di fiorini.
La notizia è stata riportata da HVG, nel quadro della denuncia presentata dopo l’audit sulle operazioni legate all’emergenza Covid-19.
Il caso dei 17 mila ventilatori mostra quindi come la deroga alle regole ordinarie, l’intervento di intermediari e la documentazione incompleta abbiano accompagnato una spesa pubblica di dimensioni eccezionali, lasciando all’Ungheria anche costi successivi per apparecchi rimasti inutilizzati.
La posizione attuale è quella formalizzata il 25 agosto 2026: la ministra Anita Orbán ha trasmesso la vicenda alle autorità giudiziarie, mentre l’audit del ministero indica possibili abusi d’ufficio, danni patrimoniali ingenti e responsabilità da accertare nella precedente gestione guidata da Péter Szijjártó.