La leadership climatica della Cina in un contesto globale in mutamento
Alla COP30 di quest’anno, per la prima volta nella storia della conferenza delle Nazioni Unite sul clima, non si è presentata una delegazione ufficiale degli Stati Uniti. Il presidente Donald Trump ha deciso di boicottare l’evento, contestando le misure di contrasto al riscaldamento globale che ha definito «una truffa portata avanti da persone con intenzioni malvagie». Con il ritiro degli Stati Uniti, la Cina sta cercando di assumere il ruolo di leader nella transizione climatica globale, mentre l’Europa si trova ad affrontare le proprie difficoltà, riporta Attuale.
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la Cina, che è il paese con le maggiori emissioni di gas serra al mondo, ha investito enormemente nelle tecnologie per la produzione di energia da fonti rinnovabili. Negli ultimi anni, la Cina è diventata uno dei principali attori globali nella transizione energetica, non solo per il proprio mercato interno, ma anche per il supporto fornito ai paesi in via di sviluppo. Un recente articolo del Wall Street Journal ha sottolineato come la Cina stia «salvando l’accordo di Parigi», il più importante accordo mondiale per la limitazione delle emissioni inquinanti, mentre The Economist l’ha definita «superpotenza dell’energia rinnovabile».
Dal 2023 al 2024, la Cina ha installato circa due terzi della capacità totale mondiale di energia solare ed eolica. Nei primi sei mesi del 2025, il centro studi EMBER ha riportato che la Cina ha aggiunto circa 250 gigawatt di pannelli solari, un incremento che supera la potenza totale installata negli Stati Uniti dalla loro storia. Questo sviluppo è avvenuto a una velocità superiore alle previsioni governative, con la Cina che ha già superato il 20% di consumo di energia da fonti rinnovabili, obiettivo fissato per il 2030 dagli accordi di Parigi.
È importante notare, tuttavia, che la transizione energetica della Cina non è priva di contraddizioni. Nonostante i progressi nelle rinnovabili, il paese continua a fare ampio uso di carbone, che resta la sua principale fonte di energia. Ciò solleva dubbi sulla sostenibilità della leadership climatica della Cina, dato che gran parte dell’energia utilizzata per i veicoli elettrici e altre tecnologie verdi proviene ancora da fonti fossili. Inoltre, gli impegni cinesi per ridurre le emissioni di gas serra entro il 2035, rischiano di non essere sufficienti per mantenere l’aumento della temperatura globale al di sotto della soglia di 1,5 °C stabilita dall’Accordo di Parigi.
Il governo cinese promuove attivamente l’adozione delle rinnovabili, non solo per motivi ecologici, ma anche per garantire la sicurezza energetica e ridurre la dipendenza dalle importazioni di energia. Investendo massicciamente in energia rinnovabile, la Cina cerca di rafforzare la propria indipendenza energetica e, al contempo, di dominare il mercato globale delle tecnologie verdi.
Nel panorama contemporaneo, l’Europa si trova di fronte a un dilemma cruciale: accettare la transizione energetica che dipende dalla Cina o tentare di realizzarla autonomamente. La Commissione Europea ha definito la Cina un «rivale sistemico», ma riconosce anche che senza gli investimenti e le tecnologie cinesi, una transizione energetica efficace sarebbe quasi impossibile. Questo ambito di tensione sottolinea il delicato equilibrio tra cooperazione e competizione tra l’Europa e la Cina nella lotta globale contro il cambiamento climatico.