La crisi del Tribunale costituzionale polacco entra nella fase dello scontro aperto

02.11.2026 11:43
La crisi del Tribunale costituzionale polacco entra nella fase dello scontro aperto
La crisi del Tribunale costituzionale polacco entra nella fase dello scontro aperto

In Polonia una disputa iniziata con la nomina dei giudici si è trasformata in uno scontro diretto tra governo, presidente e opposizione sul controllo del Tribunale costituzionale. Il primo ministro Donald Tusk accusa il partito conservatore Diritto e Giustizia (PiS) e il presidente Karol Nawrocki di compromettere lo Stato di diritto; Nawrocki sostiene invece che sia in corso una presa di potere illegittima su un organo costituzionale.

L’escalation si è verificata il 30 ottobre 2026, quando la polizia è intervenuta nei pressi del tribunale. Il governo ha affermato che gli agenti stavano proteggendo l’istituzione da quelli che Tusk ha definito «aggressori». Il presidente, che ha interrotto una visita in Senegal, ha descritto gli stessi fatti come una «presa violenta di un organo costituzionale» e come una minaccia alla sicurezza interna.

Le ricostruzioni disponibili, riportate dai media il giorno successivo, non consentono di stabilire in modo definitivo la legittimità di tutti gli atti compiuti nel tribunale. Ma mostrano con chiarezza la posta in gioco: le autorità polacche non condividono più soltanto l’interpretazione di una norma, bensì anche la risposta alla domanda su chi abbia il potere di guidare e ricomporre una delle istituzioni centrali del sistema giudiziario.

Il provvedimento che ha fatto esplodere il conflitto

Il passaggio decisivo è stato l’atto con cui la giudice Anna Korwin-Piotrowska ha sospeso unilateralmente il presidente del Tribunale costituzionale, Bogdan Święczkowski, e il suo vice. Secondo la ricostruzione diffusa dall’agenzia Anadolu Agency, quella decisione ha preceduto l’arrivo della polizia e le accuse contrapposte dei due schieramenti.

Per Tusk, l’intervento delle forze dell’ordine ha impedito che il tribunale venisse sottratto alle sue procedure istituzionali. Per Nawrocki, al contrario, l’operazione ha rappresentato un attacco all’organo stesso. Le due versioni attribuiscono quindi alla polizia funzioni opposte: da una parte la protezione dell’ordine costituzionale, dall’altra l’esecuzione di un’azione che lo avrebbe violato.

Questa contrapposizione non è soltanto retorica. Quando governo e presidenza definiscono lo stesso episodio in termini incompatibili, anche la validità degli atti adottati dal tribunale rischia di diventare oggetto di una disputa politica prima ancora che giuridica.

Una crisi accumulata negli anni

Lo scontro del 30 ottobre si inserisce in un conflitto più lungo sulla composizione del Tribunale costituzionale. Tusk sostiene che PiS e il presidente abbiano bloccato le nomine dei giudici e rifiutato di riconoscere la nuova composizione dell’organo. A suo giudizio, questa resistenza impedisce alle istituzioni di operare secondo procedure costituzionali condivise e indebolisce lo Stato di diritto.

Al centro c’è anche la decisione di Nawrocki di non prestare giuramento ad alcuni dei giudici eletti. La presidenza e l’opposizione contestano la legittimità del processo sostenuto dalla maggioranza di governo e presentano il proprio atteggiamento come una difesa dell’ordine costituzionale. Il governo, invece, lo interpreta come un ostacolo deliberato alla trasformazione del tribunale.

In questo modo, una controversia inizialmente legata a incarichi e giuramenti si è trasformata in una lotta per stabilire chi possa determinare la composizione dell’istituzione e riconoscerne la leadership. Il problema non riguarda dunque soltanto la permanenza di Święczkowski o la nomina di singoli magistrati. Riguarda la possibilità stessa di individuare una composizione del tribunale che tutte le principali autorità dello Stato siano disposte ad accettare.

Un tribunale costituzionale può esercitare la propria funzione soltanto se le sue decisioni vengono considerate vincolanti dalle altre istituzioni. Se governo, presidente e giudici fanno riferimento a composizioni diverse dell’organo, ogni sentenza rischia di essere contestata per la legittimità di chi l’ha pronunciata, prima ancora che per il suo contenuto.

Il presidente come punto di blocco

Il ruolo di Nawrocki rende la crisi più difficile da ricomporre. La sua opposizione al giuramento di una parte dei giudici può rallentare il rinnovo dell’organo e mantenere aperto il confronto sulla sua maggioranza. PiS sostiene questa linea, mentre il governo la considera la prosecuzione di una strategia volta a impedire il ripristino delle procedure che ritiene corrette.

Il presidente e l’opposizione descrivono invece l’azione dell’esecutivo come un tentativo di imporre, con l’appoggio delle istituzioni statali, una propria interpretazione della Costituzione. Le accuse reciproche di «presa di controllo» hanno così sostituito una soluzione condivisa e spostato il conflitto dal piano delle nomine a quello della legittimità politica.

La conseguenza più immediata è l’aumento dell’incertezza nell’amministrazione della giustizia. Se le parti non riconoscono le stesse regole per determinare chi debba guidare il tribunale e quali giudici siano legittimamente insediati, anche le decisioni future possono diventare vulnerabili a contestazioni istituzionali. La fiducia nell’organo dipende infatti non solo dall’indipendenza dei magistrati, ma anche dalla chiarezza delle procedure che ne regolano la nomina e il funzionamento.

La minaccia di un voto di sfiducia

La crisi ha già oltrepassato i confini del tribunale. L’ex primo ministro Mateusz Morawiecki ha dichiarato di essere pronto a promuovere un voto di sfiducia contro il governo. Non è chiaro, sulla base delle informazioni disponibili, se una simile iniziativa avrebbe i numeri per riuscire, ma l’annuncio aggiunge una nuova dimensione parlamentare a uno scontro nato dentro un’istituzione giudiziaria.

Per Tusk, la partita è quella del ripristino dello Stato di diritto dopo anni di controversie sulla magistratura. Per Nawrocki e PiS, il governo starebbe usando il proprio potere per imporre un controllo politico sul tribunale. In assenza di un arbitro riconosciuto da entrambi i campi, ogni decisione — una nomina, un giuramento, una sentenza o un intervento della polizia — rischia di essere interpretata come l’ennesima mossa nella battaglia per il controllo dell’istituzione.

La questione ancora irrisolta non è quindi soltanto chi occuperà la presidenza del Tribunale costituzionale. È se le autorità polacche riusciranno a concordare una procedura vincolante per definirne la composizione e i poteri. Finché questo non accadrà, la crisi continuerà a mettere alla prova la capacità dello Stato di produrre decisioni costituzionali riconosciute da tutti i suoi vertici.

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