Emergenza Ebola nei Campi Profughi della Repubblica Democratica del Congo
Il campo profughi di Kigonze, nel nordest della Repubblica Democratica del Congo, è diventato un focolaio dell’Ebola, con oltre 1.500 morti e quasi 3.500 persone contagiate in poco più di due mesi dall’inizio dell’epidemia, secondo le autorità sanitarie locali. Questo è diventato il secondo focolaio più mortale dopo l’epidemia che ha colpito l’Africa occidentale tra il 2014 e il 2016, durante la quale sono morte circa 11.000 persone, riporta Attuale.
La provincia dell’Ituri, dove si trova Kigonze, è attualmente la più colpita dalla crisi sanitaria. Le violenze tra milizie etniche hanno costretto circa 20.000 persone a cercare rifugio nei campi, dove la situazione umanitaria è drammatica, aggravando ulteriormente la diffusione del virus. Dal primo aprile alla fine di giugno, sono state registrate 55 morti, più di 18 al mese, a fronte di una media di 2 nei mesi precedenti. Almeno quattro di questi decessi sono stati attribuiti all’Ebola, anche se molte famiglie rifiutano i test per mancanza di fiducia nelle autorità sanitarie.
La propagazione del virus è facilitata dalle terribili condizioni igieniche: nei campi profughi come Kigonze, una popolazione di circa 100.000 persone per chilometro quadrato vive in condizioni di sovraffollamento simili a condomini, aumentando il rischio di contagio. Con un totale di 580 latrine mancanti per raggiungere gli standard internazionali minimi e l’uso di un’unica fonte d’acqua da parte di oltre 6.400 persone, la diffusione dell’epidemia è quasi inevitabile. I rapporti indicano fornitura d’acqua scesa a 2,5 litri al giorno per persona, ben al di sotto degli standard umanitari.
La resistenza della popolazione locale verso il sistema sanitario si è manifestata attraverso attacchi ai lavoratori medici e alle strutture sanitarie. Molte famiglie seppelliscono segretamente i propri cari per evitare che il personale sanitario intervenga. Questa sfiducia ha portato a decine di attacchi che hanno preso di mira ambulanze e istituzioni sanitarie, costringendo gli operatori a viaggiare con vetri oscurati per evitare aggrediti.
Sebbene l’Ebola rappresenti una minaccia significativa, la crisi sanitaria si confronta con altre necessità primarie. Gli sfollati, molti dei quali lavoratori a giornata, non possono permettersi di rimanere in quarantena e continuano a entrare e uscire dai campi, diffondendo involontariamente il virus. Trish Newport di Medici Senza Frontiere ha sottolineato che le madri chiedono cure per la malaria, una malattia che uccide più persone dell’Ebola al momento. “Non possiamo rispondere solo all’Ebola quando la gente non ha accesso all’acqua; l’Ebola non è la loro priorità, lo è avere medicine di base”, ha affermato Newport.
La situazione è ulteriormente complicata dai tagli ai fondi di cooperazione internazionale. Nel 2025, l’UNHCR ha annunciato una riduzione del 30% dei costi operativi e i finanziamenti per i servizi igienici in Congo sono stati dimezzati tra il 2024 e il 2025. Rachel Criswell, portavoce dell’UNHCR, ha descritto i ritardi nei fondi come notevoli: “I soldi devono arrivare nei conti bancari per garantire la continua disponibilità di sapone e carburante”.
Nonostante le sfide, ci sono segnali di iniziativa da parte delle comunità. Due campi profughi hanno avviato autonomamente monitoraggi per identificare i contagi e isolare i nuovi arrivati a rischio, dimostrando che anche in situazioni critiche ci possono essere esempi di comunità che si uniscono per fronteggiare la crisi. Inoltre, il governo congolese ha reso gratuita l’assistenza sanitaria nelle zone più colpite, incoraggiando le famiglie a portare i propri bambini in ospedale, facilitando diagnosi precoci e interventi tempestivi.