Camponogara (Venezia), 18 agosto 2026 – “A mia figlia lui piaceva perché era dolce. Non poteva toglierselo dalla testa. Avevano anche provato a convivere. Poi la prima aggressione”. Il femminicidio di Tania Terrin a Camponogara è l’ennesima tragedia annunciata. Lo chiariscono oggi le parole della madre. Marinella Forner non si dà pace, neanche per aver respinto quell’ultima richiesta di Dino Keber. “Voleva incontrarmi – spiega in un’intervista al Corriere Veneto –, forse dovevo parlargli, dovevo ascoltarlo. Mia figlia me lo ha proibito. Mi ha detto ‘Mamma, non provare ad avvicinarti a lui’”. Il racconto di Marinella è un elenco di “segnali” inascoltati. Keber, che in passato sarebbe stato seguito dai servizi sociali per un problema di dipendenze, “da tempo si era costruito un cappio con una corda, e tutte le volte che mia figlia lo lasciava glielo mostrava manipolandola, dicendo che si sarebbe ucciso”, riporta Attuale.
Quel primo pugno in faccia
Ma già dall’inizio della storia, circa due anni fa, il 43enne aveva manifestato un comportamento ossessivo: “Messaggi, telefonate, scene di gelosia, controllo del telefono, pedinamenti” erano la regola. Poi arrivò quel giorno. La prima volta in cui mise le mani addosso a Tania: “Le tirò un pugno, graffiandola e facendole male a un timpano”. Si lasciarono, ma lui tornò e lei lo riaccolse. Le cose però non sono mai cambiate. Marinella aveva avvertito la figlia (“Guarda che prima o poi quello tira fuori un coltello”) passando alle denunce. Sette o otto in tutto. “Tre volte Tania è andata dai carabinieri, altre tre io e due o tre anche suo padre”.
Le mani intorno al collo fino a farla svenire
La 39enne si era convinta a querelare Dino dopo i fatti di Pasqua. “Lui l’aveva convinta a riprovarci, sembrava andasse meglio e invece quando poi Tania era andata a casa sua, Dino le aveva stretto le mani attorno al collo così forte da farle perdere i sensi”. A quell’evento seguì un ammonimento del questore. Perché niente di più? All’episodio “non è seguita la querela della donna”, scrive oggi Il Gazzettino. Del resto l’ammonimento sembrava aver fatto effetto. Keber si era calmato e i rapporti tra i due sembravano migliorati. A giugno Terrin era stata chiamata a riferire alla magistratura la situazione e avrebbe fatto riferimento a una serata in pizzeria tra lei e Keber. La donna però non aveva mai rimesso la denuncia per stalking e la sua abitazione era sottoposta a controlli periodici da parte dei carabinieri.
“Ai carabinieri chiedo di dire alle donne che denunciano le violenze che si facciano subito la valigia, che lascino tutto, la casa, il lavoro e che spariscano – si dispera Forner – . Devono dire alle donne la verità. Perché non esiste altro modo per proteggere una donna che sporge denuncia verso il compagno. Deve rinunciare a tutto, alla sua vita, alla famiglia. Deve abbandonare il proprio paese e far perdere le sue tracce. Diversamente, deve mettere in conto che potrebbe morire”.
Semenzato. “L’ammonimento non può sostituire la misura cautelare”
Misure di prevenzione come l’ammonimento sono “utilissime ma non possono comunque sostituire le misure cautelari custodiali – avverte oggi l’on. Martina Semenzato, presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio – In presenza di un reale rischio di letalità e in presenza dei presupposti di legge, l’adozione della custodia cautelare in carcere salva la vita della donna e l’uomo dal carcere a vita”.
La stessa legge n. 281 del 2025 che ha introdotto il delitto di femminicidio “ne ha reso più facile l’applicazione introducendo una presunzione di adeguatezza in presenza dei ‘reati spia’. Il momentaneo riavvicinamento della vittima, inoltre, non deve trarre in inganno: come di recente ribadito dalla Corte di Cassazione, la ‘mancata denuncia, la ritrattazione dell’accusa, così come i rappacificamenti’ spesso sono frutto delle modalità insidiose e manipolatorie”.