La mafia e le escort spaventano Giorgia Meloni, che ha paura delle elezioni

09.05.2024
La mafia e le escort spaventano Giorgia Meloni, che ha paura delle elezioni
La mafia e le escort spaventano Giorgia Meloni, che ha paura delle elezioni

La premier vorrebbe convincere Giovanni Toti a fare un passo indietro per piazzare un suo uomo, mentre nel centrosinistra già si pensa al candidato

Il terremoto politico e giudiziario che ha investito Giovanni Toti agita la maggioranza e la premier Giorgia Meloni, che dalla Libia cerca di dettare la linea per contenere i danni. In Parlamento le bocche dei deputati della maggioranza sono cucite o recitano il classico copione parlando di “inchiesta a orologeria a un mese dalle elezioni”, mentre quelli delle opposizioni chiedono le dimissioni immediate del governatore, ma anche quello è in copione perché un presidente di Regione sotto inchiesta per fatti che per settimane alimenteranno le cronache fa molto comodo in chiave propaganda. “Ho perplessità sui tempi delle misure cautelari – ha detto il ministro della Giustizia, Carlo Nordio – perché l’inchiesta è nata anni fa e io da pm raramente ho chiesto misure cautelari dopo anni di indagine”. In realtà non è così raro che inchieste che riguardano la politica abbiano tempi lunghi: gli stessi magistrati, conoscendo le ricadute sul piano istituzionale, tendono ad accumulare un numero di prove sufficienti prima di procedere. 

Sono due le parole che spaventano di più gli esponenti del lato destro dell’emiciclo e la Presidente del Consiglio, due parole che emergono nelle 654 pagine del fascicolo della Procura di Genova: escort e mafia. Entrambe non coinvolgono direttamente Giovanni Toti, ma descrivono un inquietante intreccio tra politica e mondo dell’impresa che riporta alla mente alcuni momenti di particolare decadenza della storia della Repubblica. “Sarà uno stillicidio – sussurra una deputata di Fratelli d’Italia – ogni giorno uscirà qualcosa, come ai tempi di Berlusconi”. Lo scenario è abbastanza verosimile: il fantasma del bunga bunga sembra volteggiare minaccioso su quelle lussuose camere d’albergo con massaggi e “servizi extra” nella magica atmosfera di Montecarlo, sulle borse e sui bracciali d’oro griffati, persino sul più celebre degli smartwatch, una new entry che in qualche modo mette tutto al passo coi tempi.

E poi c’è la mafia: quei 400 voti che sarebbero stati deviati sulla lista “Cambiamo con Toti Presidente”, un pacchetto di preferenze che sarebbero state promesse dai gemelli Italo Maurizio e Arturo Angelo Testa. I due esponenti di Forza Italia in Lombardia sono stati espulsi dal partito quando i loro nomi sono comparsi nelle carte dell’inchiesta che ipotizzano un loro legame con il clan Cammarata. Secondo l’accusa, avrebbero promesso posti di lavoro e il cambio di un alloggio di edilizia popolare in cambio dei voti degli elettori appartenenti alla comunità riesina di Genova. E il loro legame con le istituzioni liguri sarebbe Matteo Cozzani, all’epoca responsabile della campagna elettorale di Toti, accusato di “corruzione elettorale aggravata all’agevolazione mafiosa”. 

Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Giovanni Toti

Italo Maurizio Testa è stato per un periodo assessore e consigliere del Comune di Boltiere, ma si era dimesso dopo essere stato fotografato nel 2011 a Predappio mentre faceva il saluto romano. Giorgia Meloni vorrebbe un passo indietro di Giovanni Toti che tolga tutti dall’imbarazzo di una “sfiducia”, ma al momento il governatore non sembra intenzionato a farsi da parte. La premier sa bene che un certo elettorato, più per invidia sociale che per amore della legalità, non ama il lusso e certi vizi: in fondo lo stesso Berlusconi non crollò nei consensi per il “Lodo Mondadori”, ma per i racconti sulle “cene eleganti”.

Le manovre nella maggioranza 

Insomma, se da un lato si professa garantismo con la collaudata formula “fino al terzo grado di giudizio”, dall’altro le diplomazie sono già al lavoro per il dopo-Toti. Di fatto si è anticipato di qualche mese un confronto interno alle forze della maggioranza, con Fratelli d’Italia che rivendica, in qualità di maggior partito, la Liguria; il nome su cui Giorgia Meloni vorrebbe puntare è quello del segretario provinciale Matteo Rosso, ma non è scontato che gli alleati siano disposti al passo di lato. Antonio Tajani, nelle ore calde del terremoto giudiziario, pur confermando la fiducia a Toti ci ha tenuto a dire che il governatore ai domiciliari con Forza Italia non c’entra più nulla; il partito fondato da Silvio Berlusconi aspetta di incassare il risultato delle elezioni europee, che potrebbe sancire il sorpasso sulla Lega di Matteo Salvini, per avanzare le sue richieste. “Noi in Liguria cresceremo e di tanto – assicura un deputato forzista – perché non ci sarà la lista civica del presidente che la scorsa volta ci ha penalizzati. L’inchiesta non danneggerà il partito perché sono anni che in Regione la figura di Toti non è più riconducibile a Forza Italia. Se ci sarà una penalizzazione, ma io non credo, la subirà tutto il centrodestra”.

Antonio Tajani e Giovanni Toti (LaPresse)

In casa leghista la parola d’ordine è “attesa”: il vicesegretario del Carroccio, Andrea Crippa, si aggira per i corridoi e impartisce istruzioni, forse temendo che qualcuno dica la classica “parola di troppo”. Fra Toti e Salvini, si sa, non corre buon sangue, ma il leader per il momento è sulla linea “giudici comunisti” e con un triplice salto carpiato paragona la vicenda del governatore ligure a quella che lo coinvolge in prima persona: “Anche io rischio la galera per aver bloccato gli sbarchi – ha dichiarato – e dico che si è innocenti fino a prova contraria. E questo vale per tutti: per i politici, i giornalisti, gli infermieri”. Ironia della sorte, a guidare la Regione come reggente c’è un suo uomo: è il vicepresidente e assessore all’Agricoltura, Alessandro Piana. Il suo nome compare in un’altra inchiesta dei Pm di Genova su festini vip con escort e cocaina. Piana ovviamente nega tutto, ma ha rifiutato un confronto in aula con una delle escort, testimone chiave dell’indagine.

Le manovre nell’opposizione

Anche sull’altro fronte si lavora per una candidatura forte, che possa finalmente portare l’atteso “bis” delle elezioni in Sardegna, un “bis” fallito in Abruzzo e Basilicata. Il nome caldo è quello del dem di Andrea Orlando. L’ex ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali in queste ore ha le spalle logorate dalle pacche, ma non si lascia trascinare anzitempo nel toto-nomi, perché da politico navigato sa bene che ne uscirebbe bruciato. Per ora i cronisti d’assalto raccolgono solo sorrisi accennati sui prezzi dei voli Roma-Genova e sui pranzi a base di trofie al pesto.

Andrea Orlando

Orlando si è recentemente tirato fuori dalla corsa alle europee e molti hanno interpretato la sua mossa come un indizio del suo prossimo impegno in Regione. Se son rose fioriranno. Negli ambienti dem l’ipotesi non dispiace ma c’è la consapevolezza che per tentare il “colpaccio” bisognerà trovare il modo di convincere il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, che difficilmente appoggia candidati “non civici” quando si allea col Pd. I grillini per ora non sembrano interessati al dopo-Toti: “In Italia c’è un problema con la questione morale, i cittadini si facciano sentire”, ha detto il leader M5S commentando le notizie che arrivavano da Genova. L’impressione è che comunque se ne parlerà con molta calma, dopo le europee.

Fonte: Today

Lascia un commento

Your email address will not be published.