Le accise sui carburanti in Italia: novant’anni di aumenti e promesse non mantenute

27.07.2026 22:25
Le accise sui carburanti in Italia: novant'anni di aumenti e promesse non mantenute

Dal 1995 ad oggi, l’Italia ha assistito a undici aumenti delle accise sui carburanti senza alcuna abolizione. Ogni leader politico ha promesso di ridurle prima di assumere il governo, ma queste promesse raramente si sono concretizzate, riporta Attuale.

La storia delle accise sui carburanti italiani ha inizio nel 1935, toccando eventi storici significativi come l’invasione dell’Etiopia, il disastro del Vajont e i terremoti, fino ai giorni nostri con i continui interventi del governo. La narrazione è ciclica: quando il prezzo della benzina aumenta, l’opposizione si lamenta e il governo promette di intervenire, senza mai mantenere le promesse.

Novant’anni di prelievi

Le prime accise sui carburanti italiani vengono introdotte per finanziare guerre. Nel 1935, Mussolini ordina l’invasione dell’Etiopia e il costo del conflitto viene parzialmente sostenuto dagli automobilisti. Questo meccanismo, giustificato come emergenziale, tende a persistere anche dopo la fine delle crisi. Negli anni successivi, si aggiungono giustificazioni come la crisi di Suez (1956), il disastro del Vajont (1963), e i terremoti in diverse regioni.

Nel 1995, il governo Dini tenta di razionalizzare il sistema introducendo un’unica accisa. Sebbene sulla carta si tratti di una semplificazione, il gettito fiscale non solo non diminuisce, ma aumenta nel tempo. A partire dal 1995, l’accisa è stata aumentata almeno undici volte, sei sotto governi di centrodestra, due sotto governi di centrosinistra e tre sotto il governo tecnico di Monti. I motivi addotti sono vari, ma la traiettoria rimane invariata.

Di fatto, Berlusconi è il presidente del Consiglio che ha contribuito maggiormente agli aumenti delle accise, utilizzando questo tema come argomento di critica contro i governi avversari.

La campagna elettorale e il carburante degli indignati

Un tema ricorrente nelle campagne elettorali italiane degli ultimi trent’anni è l’aumento delle accise, simboleggiando la pressione fiscale sui cittadini. Nel 2013, la coalizione di centrodestra promette di ridurre le tasse sul costo dell’energia, ma il centrosinistra vince e la promessa rimane tale.

Nel maggio 2014, Matteo Renzi si impegna a razionalizzare le accise, ma anche in questo caso la promessa non viene mantenuta. Nel 2018, Matteo Salvini propone di abolire una per una tutte le accise storiche, ma al governo non attua tagli significativi.

Nel 2019, Giorgia Meloni afferma di voler abolire le accise, ma dopo aver vinto le elezioni del 2022, afferma di non aver promesso tale abolizione. Questo contraddice quanto scritto nel suo programma elettorale.

La guerra in Ucraina segna una svolta nel 2022, con l’aumento del prezzo del carburante. Il governo Draghi adotta un taglio di 25 centesimi per 7 decreti fino a novembre 2022, per un costo totale stimato di circa 7 miliardi di euro. A novembre 2022, il governo Meloni riduce il taglio a 15 centesimi e non rinnovando il taglio a gennaio 2023, le accise tornano ai livelli precedenti.

Il ciclo ricomincia nel 2026

Nel 2026, a causa della crisi tra Stati Uniti e Iran, il governo Meloni introduce un decreto per un taglio di 20 centesimi al litro. Tuttavia, a fine luglio, i prezzi risalgono a causa di nuove tensioni, riportando la benzina oltre i due euro. In questo contesto, il governo annuncia un nuovo decreto per affrontare il rincaro, evidenziando la persistenza delle accise strutturali, introdotte nel 1935.

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