Le città cinesi “antiche” sono in realtà moderne ricostruzioni turistiche

23.08.2026 11:25
Le città cinesi "antiche" sono in realtà moderne ricostruzioni turistiche

La realtà delle “città antiche” in Cina: ricostruzioni e commercializzazione

Il centro storico di Datong, nella regione cinese dello Shanxi, appare come un tipico scenario da cartolina, con edifici in stile tradizionale, tetti inclinati e lanterne illuminate. Tuttavia, un’osservazione più attenta rivela che il “legno” non è legno, l’“oro” non è oro e le luci delle lanterne sono elettriche, riporta Attuale.

Molte di queste “Antiche Città”, simili ai borghi italiani, sono in realtà ricostruzioni recenti, talvolta costruite in aree dove non esisteva nulla prima, talaltra ispirate a luoghi storici reali ma demoliti in passato. Questo ha suscitato critiche rispetto all’autenticità, tanto che anche il governo cinese ha espresso la necessità di non esagerare con la copia e la ricostruzione del passato. Dietro a queste creazioni vi sono motivi economici e culturali, il che porta a risultati variabili in termini di successo.

Queste “città antiche” sono principalmente destinate al turismo, progettate per attrarre visitatori promettendo un’esperienza della Cina imperiale. Un caso esemplare è Gubei, aperta nel 2014, che offre un’accozzaglia di stili architettonici senza una chiara ispirazione, attirando turisti cinesi e stranieri grazie alla sua vicinanza a punti d’interesse come la Muraglia cinese. Nel 2019, Gubei ha registrato un picco di 2,5 milioni di visitatori, cifra scesa a uno e mezzo nel 2023 a causa della pandemia.

In alcuni casi, come a Datong, le ricostruzioni avvengono in aree dove esisteva un centro storico di valore, completamente ricreato. Qui, il sindaco Geng Yanbo ha demolito edifici storici nel 2008, ricostruendoli in uno stile che richiama il passato, costringendo oltre 500.000 abitanti a lasciare le loro case. Oggi, le nuove strutture ospitano principalmente hotel e ristoranti, e sebbene le mura della città siano state restaurate, i materiali moderni e l’eccessiva pulizia rendono il tutto poco autentico rispetto ai monumenti storici europei.

Il concetto di “città antiche” non rappresenta solo un’opportunità commerciale, ma riflette anche un approccio distintivo della Cina alla conservazione del patrimonio. Secondo Anna Paola Pola, ricercatrice del CNR, in Cina la filosofia è che un edificio storico deve apparire sempre al suo massimo, contrariamente alla prospettiva europea che valorizza le rovine. Inoltre, il predominio del legno nella costruzione asiatica ha indotto a un’intensa opera di restauro nel tempo, riducendo la possibilità di conservare le rovine in modo pittoresco.

Negli ultimi decenni, la Cina ha iniziato ad allinearsi agli standard occidentali, enfatizzando la protezione dei resti storici. Le linee guida del 2024 stabiliscono che i progetti turistici devono prioritizzare questo obiettivo, evitando eccessi di costruzione e commercializzazione. Tuttavia, c’è anche un aspetto propagandistico; queste ricostruzioni si inseriscono nella strategia del presidente Xi Jinping di promuovere la cultura e la storia cinese come simbolo di orgoglio nazionale, utilizzando tradizioni storiche come forma di soft power.

Nonostante l’intento iniziale, il modello inizia a mostrare segni di stanchezza, sia per la sua artificialità che per la sua evidente natura commerciale. La recente esperienza della città antica di Dayong, che ha richiesto un investimento di 300 milioni di dollari ed è rimasta praticamente vuota dopo la sua apertura nel 2021, ne è una prova. Secondo Pola del CNR, la saturazione di queste impostazioni ha reso sempre più difficile il successo di ogni nuova iniziativa del genere.

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