Iran in difficoltà nel traffico di petroliere attraverso Hormuz, le esportazioni aumentano
Il regime iraniano sta affrontando crescenti difficoltà nel controllare il traffico di petroliere nello stretto di Hormuz, divenuto sempre più vulnerabile nelle ultime settimane. Fin dall’inizio della guerra, avviata a febbraio, il blocco dello stretto è stata la principale arma negoziale dell’Iran nei confronti degli Stati Uniti, scontro che ora si è arenato, riporta Attuale.
A settembre, i dati indicano un notevole aumento delle esportazioni petrolifere, che si attestano intorno all’80 percento rispetto ai livelli prebellici. I principali produttori della regione, tra cui Arabia Saudita, Iraq ed Emirati Arabi Uniti, sono riusciti a esportare quasi 13 milioni di barili di petrolio al giorno, il che rappresenta un significativo miglioramento rispetto ai 19 milioni di barili pre guerra.
Questa ripresa è stata facilitata anche dall’uso di rotte alternative, come l’oleodotto saudita Est-Ovest, che era stato attaccato dall’Iran a settembre e successivamente riaperto, sebbene con capacità limitata. Inoltre, le petroliere, in collaborazione con gli Stati Uniti, hanno trovato modi più efficaci per eludere il blocco. Dopo le operazioni di sminamento condotte in estate, la marina statunitense ha identificato passaggi considerati sicuri per il transito delle petroliere, offrendo protezione aerea contro possibili attacchi.
Alcune petroliere stanno semplicemente spegnendo il transponder, lo strumento necessario per la loro identificazione e localizzazione.
Il regime iraniano, d’altra parte, non riesce a superare l’altro blocco navale nello stretto di Hormuz, quello imposto dagli Stati Uniti e ripristinato a luglio. Non è in grado nemmeno di compensare tale situazione con alternative via terra.
Prima dell’inizio della guerra, otto decimi delle esportazioni iraniane viaggiavano via mare, con il petrolio che rappresentava la principale fonte di reddito per il regime. Questo ha esacerbato la crisi economica preesistente in Iran. L’amministrazione statunitense stima che attualmente le scorte di petrolio iraniano in mare non superino i 15 milioni di barili, circa la metà rispetto all’inizio di settembre, e che questi carichi saranno consegnati nelle prossime due settimane, principalmente alla Cina.
Secondo analisti, questa situazione potrebbe spingere l’Iran ad intensificare le proprie operazioni militari per mettere pressione sui paesi vicini e, di conseguenza, sugli Stati Uniti. Le recenti avanzate degli Houthi in Yemen, gruppo alleato dell’Iran, che affermano di aver preso il controllo dello stretto di Bab el Mandeb, rientrano in questo contesto, in quanto attualmente hanno bloccato l’accesso solo alle navi saudite, considerate nemiche.
Nel frattempo, la diplomazia è ferma. La scorsa settimana si è svolto il primo incontro da mesi tra una delegazione iraniana e una statunitense, avvenuto in occasione dell’Assemblea generale dell’ONU, ma non ci sono stati progressi significativi. Durante il suo intervento all’Assemblea, il presidente Trump ha ribadito le sue minacce di “annientare” l’Iran se non accetterà le sue condizioni, che per ora rimangono poco chiare e si concentrano sul programma nucleare iraniano e su impegni più vincolanti rispetto all’accordo preliminare di giugno, mai rispettato, che sembrava estremamente favorevole all’Iran.
Venerdì, Trump ha rifiutato una proposta iraniana per riaprire Hormuz entro sette giorni, in cambio della sospensione dell’embargo e del blocco navale statunitensi. Il regime iraniano sostiene di essere ancora in attesa di una risposta ufficiale, mentre Trump ha accennato a nuove possibilità di negoziato per questa settimana, ma tra gli funzionari di entrambe le parti prevale un cauto ottimismo riguardo alla possibilità di futuri sviluppi significativi prima delle elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, programmate per il 3 novembre.