L’Iran in difficoltà con lo stoccaggio del petrolio a causa del blocco statunitense

28.04.2026 17:45
L'Iran in difficoltà con lo stoccaggio del petrolio a causa del blocco statunitense

Crisi petrolifera in Iran: incapace di esportare, il regime si trova alle strette

L’Iran sta esaurendo i posti dove immagazzinare il petrolio, che non può più esportare a causa del blocco imposto dagli Stati Uniti sulle navi in viaggio da e verso i porti iraniani. Questa situazione sta privando il regime di una fonte di entrate fondamentale, e potrebbe allungare i tempi per la ripresa del settore petrolifero iraniano dopo la fine della guerra, riporta Attuale.

La società di analisi Kpler stima che all’Iran restino tra i 12 e i 22 giorni prima di esaurire le capacità di stoccaggio. A quel punto, sarebbe costretto a ridurre ulteriormente la produzione di petrolio: dall’inizio della guerra ha già diminuita di più di 2 milioni di barili al giorno. Prima della guerra, l’Iran esportava 2-3 milioni di barili al giorno, ma la scorsa settimana ne ha esportati in media solo 567mila, con poche navi che riescono a passare dallo stretto di Hormuz.

Sempre secondo Kpler, i depositi iraniani sono vicini alla capacità massima, stimata intorno ai 55 milioni di barili, mentre il consumo domestico è di circa 2 milioni di barili al giorno. In questa situazione, il regime ha preso misure d’emergenza. Sta usando navi cisterna vuote come magazzini galleggianti, il che potrebbe aggiungere fino a 15 milioni di barili alle sue capacità di stoccaggio. Inoltre, ha richiamato navi dismesse, mandandole verso l’isola di Kharg, il suo principale terminal petrolifero, e ha recuperato container e depositi che non erano più utilizzati.

Prima della guerra, il 90 per cento delle esportazioni iraniane di petrolio passava dallo stretto di Hormuz. Le esportazioni di idrocarburi coprivano l’80 per cento degli introiti statali e quasi un quarto del PIL, costituendo la principale fonte di valuta estera. Ora questi traffici sono fermi. L’Iran possiede un porto sul golfo di Oman, a Chabahar, ma rimane all’interno del perimetro della missione navale statunitense, che intercetta le petroliere iraniane e le costringe a tornare indietro.

Gli analisti stimano che ci vorranno alcuni mesi prima che il blocco abbia conseguenze dirette sui ricavi, poiché l’Iran sta ancora consegnando il petrolio venduto prima dell’inizio del blocco, stimato tra i 127 e i 183 milioni di barili. Le petroliere iraniane ci mettono mediamente un paio di mesi a raggiungere i porti cinesi, e i pagamenti sono incassati nel giro di altri due mesi.

Concluse queste consegne, se il blocco statunitense continuerà a essere efficace, il regime non riuscirà a vendere altro petrolio. Inoltre, ha iniziato a riscuotere i pedaggi imposti alle navi che desiderano passare dallo stretto, nel tentativo di compensare le perdite. Con i depositi pieni, il regime sarà costretto a ridurre o perfino sospendere la produzione di petrolio, una situazione nota nel settore.

«Dal punto di vista tecnico, non c’è nulla di irreversibile in questo», spiega Ezio Mesini, professore di Idrocarburi all’Università di Bologna. «Non è che il giorno dopo riapri il rubinetto e torniamo alle stesse portate, ci vorrà un po’ di manutenzione, ma nel giro di pochi mesi si possono raggiungere nuovamente i livelli produttivi». Mesini aggiunge che eventuali oscillazioni nella produzione inciderebbero sul “fattore di recupero”, ovvero la percentuale della materia prima estratta, che può ridursi significativamente a causa di interruzioni nella produzione.

In questo contesto, gli analisti sollevano preoccupazioni su quale impatto possa avere la mancata esportazione di due milioni di barili al giorno sull’economia iraniana, già debilitata. Negli ultimi giorni, il governo degli Stati Uniti ha prospettato possibili carenze di carburante e lunghe code ai distributori in Iran, anche se la situazione non è ancora critica.

Massimiliano Porreca, professore di Geologia strutturale all’Università di Perugia, sottolinea che l’unico scenario in cui si potrebbero verificare seri problemi è un attacco militare. Trump ha minacciato di attaccare le infrastrutture civili iraniane, un’azione che sarebbe considerata un crimine di guerra. «La cosa che preoccupa gli impianti è esclusivamente un bombardamento», afferma Porreca, «che bloccherebbe tutto e ci vorrebbero anni per ripararlo».

Recentemente, il regime iraniano ha fatto appelli a consumare meno energia, con il presidente Masoud Pezeshkian che ha invitato a tenere meno luci accese in casa. Il segnale di preoccupazione più evidente è rappresentato dalla proposta dell’Iran di trattare per riaprire lo stretto, rimandando a un secondo momento le discussioni sul programma nucleare. Tuttavia, gli Stati Uniti, per il momento, non sembrano interessati a negoziare.

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