L’Islanda vota per riaprire i negoziati con l’Ue: il ‘no’ supera il ‘sì’

30.08.2026 02:45
L'Islanda vota per riaprire i negoziati con l'Ue: il 'no' supera il 'sì'

Risultato del referendum islandese: il No prevale sull’adesione all’Unione Europea

DALLA NOSTRA INVIATA
REYKJAVIK (ISLANDA) – Si è svolto ieri il referendum tanto atteso in Islanda, riguardante la ripresa dei negoziati per l’accesso all’Unione Europea. La risposta al quesito, sebbene il conteggio sia ancora in corso, sembra chiaramente orientata verso un No, con l’ultimo sondaggio Gallup che indicava il 51,6% per il No e il 48,4% per il Sì. L’affluenza è stata superiore al 50%, con circa 270 mila elettori a fronte di una popolazione di 400 mila abitanti, riporta Attuale.

Il voto riflette non solo la situazione politica attuale ma anche una divisione profonda tra le diverse visioni della società islandese. Coloro che si sono opposti alla ripresa dei negoziati rappresentano vari settori, tra cui i tradizionali balenieri e le comunità più conservatrici, contrapposti alla gioventù europea di Reykjavik. Questo referendum è stata una battaglia non tanto per l’adesione all’UE in sé, quanto per il rifiuto di riaprire i colloqui con Bruxelles, interrotti nel 2013 dopo la crisi finanziaria del paese.

Forte pressione è arrivata da parte dei giganti della pesca, un settore cruciale che contribuisce al 5,6% del PIL e al 40% delle esportazioni. Questi temevano i rigorosi regolamenti europei. Nonostante le promesse di una certa elasticità da parte delle autorità europee, queste non sono bastate a modificare l’opinione pubblica. Come dichiarato dalla commissaria all’Allargamento, Marta Kos, le trattative dovrebbero riflettere la realtà dei Paesi candidati, ma il messaggio non è stato recepito.

A Bruxelles, ci si aspettava un risultato diverso. L’Islanda ha una democrazia solida e già fa parte del mercato unico europeo e dello spazio Schengen. Considerata un possibile modello di adesione, la sua assenza complica le prospettive di integrazione per altri Paesi aspiranti, come quelli balcanici e l’Ucraina, dove i processi di riforma si rivelano problematici. Il referendum è stato visto anche come un test per la credibilità dell’Unione Europea, evidenziando quanto un Paese prospero e libero come l’Islanda esiti ad unirsi.

Il governo raggiunto dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir aveva puntato alla riforma entro il 2027, anche a causa delle crescenti tensioni geopolitiche legate agli interessi di Donald Trump sulla Groenlandia. Egli ha più volte confuso le due isole, rendendo necessario un dibattito sulla rilevanza strategica dell’Islanda, soprattutto in vista delle ambizioni di Russia e Cina nell’Artico.

Nonostante l’Islanda non abbia un esercito proprio e dipenda dalla NATO, la ministra degli Esteri Þorgerður Gunnarsdóttir ha avvertito che “l’ordine mondiale che ci ha mantenuti sicuri è sotto minaccia”. Molti elettori hanno visto nell’adesione all’euro una soluzione per le fluttuazioni monetarie crescenti, poiché la corona islandese continua a svalutarsi, rendendo il costo della vita estremamente elevato. Tuttavia, nonostante l’alta inflazione, le argomentazioni a favore del Yes non hanno trovato un supporto sufficiente tra la popolazione.

In conclusione, il referendum ha evidenziato un forte desiderio di indipendenza e un senso di nazionalismo, tipico della storia islandese. Il messaggio del popolo sembra essere chiaro, come sostenuto dalla parlamentare Sigríður María Egilsdóttir: “Siamo il popolo che ha difeso le zone di pesca contro le flotte di potenze mondiali”. La sfida ora per il governo sarà reagire a questa delusione e trovare nuove strade per l’Islanda nel contesto geopolitico contemporaneo.

Aggiungi un commento

Your email address will not be published.

Da non perdere