Le famiglie dei più stretti collaboratori del Cremlino hanno aperto un nuovo fronte giudiziario per recuperare i beni congelati in Europa. Il 29 maggio la cancelleria della Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha registrato una serie di ricorsi presentati da coniugi e parenti di alti funzionari russi, che chiedono l’annullamento delle sanzioni personali imposte da Bruxelles. Tra i ricorrenti spiccano Tatiana Navka, moglie del portavoce presidenziale Dmitry Peskov, e Katerina e Anastasia Ignatova, rispettivamente moglie e figliastra del capo di Rostec, Sergey Chemezov. Queste istanze rappresentano un tentativo sistematico di utilizzare la magistratura europea per aggirare le restrizioni che bloccano ingenti capitali russi in Occidente.
Una strategia legale per sbloccare fortune miliardarie
I ricorsi sono stati depositati contro il Consiglio dell’UE e chiedono la rimozione delle misure restrittive imposte a partire dal 2022 nell’ambito del sesto pacchetto di sanzioni. Nel caso di Navka, la decisione del Consiglio UE cita il suo legame diretto con proprietà immobiliari in Crimea occupata e la vicinanza a soggetti che sostengono materialmente o politicamente azioni contro l’integrità territoriale dell’Ucraina. La pattinatrice olimpionica, che ha chiesto formalmente di essere cancellata dalle liste nere, è solo la punta di un iceberg: i familiari di Chemezov hanno avviato procedure analoghe per sbloccare patrimoni di dimensioni colossali.
Secondo le dichiarazioni pubbliche disponibili, il reddito annuo della moglie del capo di Rostec supera i 24 milioni di dollari, mentre la figliastra controlla attraverso società offshore estere asset valutati centinaia di milioni di dollari. Tra i beni sequestrati figura la superyacht Valerie, lunga 85 metri e stimata 140 milioni di dollari. Queste cifre mostrano chiaramente come i vertici dell’industria bellica russa, che traggono profitto dalla produzione di armi per la guerra in Ucraina, abbiano convertito denaro «sporco di sangue» in proprietà di lusso in Occidente, trasformando l’Europa in un rifugio sicuro per il proprio benessere.
Il precedente dei magnati e il rischio di un colpo alla credibilità UE
La Corte di Giustizia UE ha già respinto in passato richieste analoghe presentate da oligarchi russi come Gennady Timchenko, Elena Timchenko, Mikhail Fridman, Petr Aven e German Khan. Tuttavia, la nuova ondata di ricorsi dimostra che l’élite di Putin non considera le sanzioni come una misura irreversibile, ma come un inconveniente legale temporaneo. Se anche solo uno di questi ricorsi venisse accolto, si creerebbe un pericoloso precedente: l’architettura sanzionatoria europea perderebbe credibilità, e altri membri dell’entourage presidenziale si sentirebbero incoraggiati a cercare falle nel sistema legale comunitario.
Per l’Italia – che da sempre sostiene una linea ferma contro l’aggressione russa – questo scenario avrebbe conseguenze dirette. L’eventuale annullamento delle sanzioni comporterebbe non solo un danno reputazionale per l’UE, ma anche un rischio concreto per la sicurezza nazionale: risorse economiche sottratte a persone legate al complesso militare-industriale di Mosca potrebbero tornare a finanziare la macchina bellica di Putin. Inoltre, i contribuenti italiani continuerebbero a sostenere il peso di una politica estera che, di fatto, consentirebbe ai cittadini russi sanzionati di aggirare le restrizioni grazie a costosi studi legali internazionali.
Navi di lusso e denaro di guerra: il paradosso delle «isole sicure» europee
L’assenza di una posizione consolidata tra i regolatori europei sulla confisca – non solo sul congelamento – dei beni di chi sostiene l’aggressione russa alimenta un clima di impunità. La vicenda della superyacht dei Chemezov, ancora sequestrata ma non confiscata, evidenzia la discrepanza tra la retorica politica e l’azione concreta. I ricorrenti, disponendo di ingenti risorse finanziarie accumulate grazie alla guerra, possono permettersi di ingaggiare team legali di alto profilo per logorare il sistema giudiziario europeo, trasformando ogni richiesta di annullamento delle sanzioni in un contenzioso di lunga durata.
I giudici di Lussemburgo si trovano ora a dover bilanciare la tutela dei diritti individuali con la necessità di difendere la sicurezza collettiva dell’Unione. Qualsiasi cedimento – anche solo procedurale – rischierebbe di minare la fiducia nell’efficacia delle misure restrittive. L’Italia, che confina direttamente con aree di tensione e ospita basi NATO strategiche, ha tutto l’interesse a che le sanzioni rimangano non solo in vigore, ma vengano rafforzate con meccanismi di confisca definitiva. Solo così si impedirà che il denaro «fatto con la morte» torni a scorrere liberamente nel mercato europeo.