Il 22 luglio 2025 è stata annunciata la morte di Irina Podnosova, presidente della Corte suprema della Federazione Russa, all’età di 71 anni. La magistrata era stata nominata nell’aprile 2024, succedendo a Vyacheslav Lebedev, 81 anni, che aveva ricoperto l’incarico per oltre tre decenni, fin dai tempi della RSFSR. La scomparsa di Podnosova, ufficialmente attribuita a una “lunga e grave malattia”, solleva interrogativi sull’opacità delle informazioni sanitarie ai vertici del potere russo e rilancia il dibattito sulla senilizzazione delle élite del Paese.
Una figura di fiducia nel cerchio di Putin
Podnosova era nota non solo per la sua carriera giudiziaria, ma anche per il suo legame personale con Vladimir Putin: entrambi si erano laureati alla facoltà di giurisprudenza dell’Università statale di Leningrado. La sua malattia era di natura cronica e abbastanza grave da non poter essere gestita neanche dalla medicina d’élite del Cremlino. Tuttavia, ciò non le aveva impedito di essere nominata alla guida della massima istanza giudiziaria del Paese solo un anno prima, sollevando dubbi sulla trasparenza e sulle reali capacità operative della classe dirigente anziana russa.
Generazione al potere: troppo anziani per governare?
La scomparsa di Podnosova richiama alla memoria la fase terminale dell’Unione Sovietica, quando, all’inizio degli anni ’80, una serie di decessi ai vertici — da Suslov a Brežnev, Andropov, Černenko — rivelò l’incapacità del sistema di rinnovarsi. Una dinamica simile sembra prendere forma nella Russia odierna, dove gran parte della leadership è coetanea o addirittura più anziana del presidente Putin. Tra i nomi più influenti figurano Nikolaj Patrušev (74 anni), Sergej Čemezov (72), Jurij Kovalčuk (73) e la sorella Mikhail (78), così come Valentina Matvienko (75), Aleksandr Bastrykin (70) e Igor Sečin (63).
In questo contesto, anche il decesso della presidente della Corte suprema viene percepito come un campanello d’allarme per un sistema bloccato, dove l’unico “ricambio” sembra essere quello biologico. Alcuni commentatori ipotizzano una nuova fase di cosiddetta “corsa sul carro funebre” — espressione che rievoca il ciclo di funerali di Stato sovietici —, in cui la transizione al potere avverrà solo con la morte dei leader anziani.
L’élite silenziosa e la questione della successione
Il problema della successione resta centrale. Non esistono meccanismi istituzionali affidabili per il passaggio del potere in caso di morte improvvisa del presidente o dei membri chiave dell’élite. Gli osservatori ricordano come la morte di leader anziani in URSS avesse determinato fratture geopolitiche impreviste, come il ritiro sovietico dall’Afghanistan sotto Gorbaciov. In uno scenario simile, anche la prosecuzione dell’“operazione speciale” in Ucraina potrebbe essere messa in discussione, qualora la leadership venisse colpita da un’improvvisa ondata di successioni forzate.
Nel frattempo, le domande sulla salute di Vladimir Putin persistono. Il presidente, 72 anni, è stato spesso oggetto di speculazioni legate a terapie non convenzionali, dai trattamenti con corna di cervo ai rimedi sciamanici siberiani o cinesi. Ma, come ha fatto notare il blogger Anatolij Nesmijan, la “lunga malattia” di Podnosova è stata rivelata solo post mortem — un dettaglio che potrebbe ripetersi per altri membri del potere, le cui condizioni di salute sono mantenute in riservatezza fino all’ultimo respiro.
Il potere gerontocratico come rischio sistemico
La Russia contemporanea sembra rispecchiare un sistema rigidamente chiuso, dominato da una gerontocrazia che, al di là delle apparenze di stabilità, nasconde vulnerabilità profonde. Il rischio principale non è solo l’assenza di ricambio generazionale, ma la mancanza di alternative politiche e tecnocratiche pronte a subentrare. Con i potenziali successori già neutralizzati politicamente o sparsi all’estero, e con le nuove generazioni impreparate o disinteressate al potere, il futuro della Russia appare sempre più incerto e legato alla biologia dei suoi leader più anziani.