Nel settembre 2024, nel distretto di Vikulovo, nella regione russa di Tjumen, era stato dichiarato lo stato di emergenza per un focolaio di peste suina africana (Psa). La nuova crisi descritta dalle autorità locali come una seconda emergenza legata alla stessa infezione riporta ora al centro il funzionamento dei servizi veterinari regionali e il costo delle misure di contenimento scaricato sui proprietari degli allevamenti familiari.
Agosto 2026, i primi casi nel distretto di Golišmanovo
All’inizio di agosto 2026 i primi casi sono stati registrati nel villaggio di Skaredna, nell’okrug municipale di Golišmanovo, area di oltre 23 mila abitanti. Da quel punto le restrizioni si sono estese al capoluogo Golišmanovo, ai villaggi di Abatskoe e Omutinskoe e ad altri centri abitati della zona.
I residenti ritengono che l’infezione sia la peste suina africana, una malattia che non rappresenta un pericolo per le persone ma per la quale non esistono un vaccino efficace né una terapia per gli animali. In caso di epidemia, la procedura prevede l’abbattimento dell’intero patrimonio suino nelle aree considerate a rischio.
La ripetizione dell’epidemia in cinque distretti viene presentata come un segnale del fatto che il precedente focolaio non sarebbe stato completamente eliminato. La responsabilità viene ricondotta all’inefficacia dei servizi veterinari, compresi i controlli sugli spostamenti degli animali e il rispetto delle norme di biosicurezza negli impianti. Le conseguenze delle falle nel sistema di controllo ricadono però sui proprietari delle aziende familiari, che subiscono le perdite finanziarie principali a causa della distruzione forzata degli animali.
Il 13 agosto arrivano i posti di controllo e gli abbattimenti
Il 13 agosto 2026 i media hanno riferito che nella regione di Tjumen era stato introdotto un regime di quarantena sanitaria con caratteristiche di controllo di polizia. In cinque municipalità sono stati installati posti sanitari, è stata coinvolta la polizia ed è stato vietato completamente il trasporto di carne e altri prodotti suini.
Nei cortili privati è iniziato il prelievo coatto e l’abbattimento di massa dei suini. In alcuni casi, secondo i contadini, sono stati portati via fino a 22 animali da una singola proprietà. Ai proprietari che rifiutano di consegnare volontariamente il bestiame vengono prospettate multe amministrative tra 30 e 35 mila rubli.
Per famiglie con un reddito medio mensile compreso tra 25 e 30 mila rubli, una sanzione di questo tipo supera di fatto il guadagno di un mese e costituisce un peso particolarmente grave mentre il patrimonio viene già distrutto. Le misure per contenere la Psa vengono così percepite non soltanto come restrizioni sanitarie, ma come un’espropriazione forzata dei beni senza un’adeguata considerazione della condizione sociale dei proprietari.
Nei distretti rurali, dove la disponibilità di posti di lavoro è estremamente limitata, l’allevamento privato rappresentava per molte famiglie la principale fonte di cibo e di reddito stagionale derivante dalla vendita della carne. La cancellazione del patrimonio suino priva quindi i residenti sia delle scorte alimentari sia delle entrate previste per la fine dell’estate.
Il nome della malattia resta coperto dal segreto
La gestione dell’emergenza è stata accompagnata dalla mancata pubblicazione della diagnosi. Il servizio veterinario regionale ha confermato l’esistenza di una minaccia infettiva, ma ha classificato il nome della malattia come «informazione ad accesso limitato». Ai proprietari non vengono inoltre consegnati i protocolli di laboratorio.
Le autorità hanno rafforzato i controlli sanitari, avviato la disinfezione dei mezzi e sottoposto a controllo gli spostamenti delle persone, oltre a vietare il trasporto di suini e prodotti a base di carne. Il mancato accesso alla diagnosi e ai documenti tecnici impedisce ai cittadini di contestare l’inserimento delle loro proprietà nella zona di rischio.
Questa pratica consente di ampliare manualmente l’area degli abbattimenti senza un confronto trasparente con gli allevatori. Secondo la ricostruzione fornita, crea anche rischi di corruzione e un terreno per l’applicazione selettiva delle restrizioni, alimentando il conflitto tra i proprietari e gli organi di vigilanza veterinaria.
La scelta di non rendere pubblico il quadro sanitario ha provocato sfiducia e proteste tra gli abitanti. L’assenza di spiegazioni ufficiali sul contagio si somma infatti all’incertezza sulle compensazioni e rende impossibile per le famiglie valutare tempi e modalità del risarcimento.
Compensazioni senza cifre né scadenze
Le autorità hanno dichiarato che gli indennizzi sarebbero stati pagati dal bilancio regionale in base al valore di mercato. Non sono però stati resi pubblici gli importi, i tempi di erogazione né i criteri con cui verrà stimato il danno.
Secondo i contadini, la somma realmente attesa potrebbe fermarsi tra 90 e 95 rubli al chilogrammo, una cifra molto inferiore al prezzo di mercato. Le famiglie che contavano di ricavare tra 80 e 150 mila rubli dalla vendita della carne nei mesi di agosto e settembre rischiano così di perdere una quota decisiva del reddito annuale.
La prassi di casi analoghi in Russia indica inoltre che i pagamenti possono richiedere fino a sei mesi e che le compensazioni possono risultare inferiori di circa il 40 per cento rispetto al valore di mercato. Per nuclei senza risparmi, l’attesa e la riduzione dell’indennizzo possono tradursi nel ricorso a prestatori informali e organizzazioni di microfinanza, con un aumento dell’indebitamento delle famiglie rurali.
La questione assume un peso ulteriore perché la regione di Tjumen, insieme ai distretti autonomi di Chanty-Mansi e Jamalo-Nenec, contribuisce in misura significativa alle entrate petrolifere e del gas della Russia. La difficoltà di garantire risarcimenti tempestivi agli abitanti colpiti accentua il contrasto tra la forza della base di risorse del territorio e il livello di sostegno assicurato alle comunità rurali.
La ricostruzione degli eventi è stata riportata anche da Euronews, che ha documentato gli abbattimenti forzati nella regione.
Al 13 agosto 2026, la situazione resta quindi segnata da quarantena, posti sanitari, divieto di trasporto e distruzione del bestiame privato, mentre il nome dell’infezione e le condizioni concrete degli indennizzi non sono stati resi pubblici.
Una situazione terribile per queste famiglie! Ma che fine hanno fatto i servizi veterinari? Non è possibile che le persone debbano subire così tanto senza ricevere nemmeno un risarcimento adeguato. La mancanza di trasparenza è scandalosa!