Israele Rifiuta la Via Diplomatica nel Conflitto con l’Iran
Il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha scelto di non annunciare un cessate il fuoco con un messaggio personale nella notte. Questa decisione riflette non solo la sua mancanza di autonomia nella decisione di una pausa nei combattimenti, ma anche un rifiuto persistente di associare il suo nome alla tregua, riporta Attuale.
Negli ultimi cinque settimane, gli israeliani sono stati costretti a cercare rifugio nei sotterranei, con scuole chiuse e l’aeroporto Ben Gurion bloccato. La situazione attuale evoca il 28 febbraio, quando Stati Uniti e Israele hanno avviato un’operazione contro l’Iran. Nonostante le ostilità, il cambio di regime non si è concretizzato e le stime sulla distruzione dei missili rimangono incerte. L’assenza di un messaggio di Netanyahu dimostra la sua riluttanza a spiegare il disastro della guerra in corso, in particolare dopo i massacri perpetrati da Hamas il 7 ottobre 2023.
Yair Lapid, capo dell’opposizione, ha criticato aspramente Netanyahu, affermando che «Israele non era nemmeno vicino al tavolo quando sono state prese le decisioni che riguardano la sua sicurezza nazionale». Ha aggiunto che ci vorranno anni per riparare i danni politici causati dall’arroganza e dalla negligenza del premier.
Netanyahu è stato presente nella Situation Room della Casa Bianca, di fronte a Donald Trump, mentre il 11 febbraio illustrava le ragioni per un possibile intervento militare. Trump ha poi dichiarato che non era stato Netanyahu a prendere l’iniziativa, ma viceversa. La comunicazione tra i due leader è proseguita fino all’annuncio della tregua, ma il primo ministro israeliano ha subito chiarito che questa non si applica al Libano, dove le operazioni militari continuano.
La dottrina adottata da Netanyahu si caratterizza per una guerra permanente, con le forze ancora dispiegate in metà della Striscia di Gaza e posizionate in Libano per tenere a distanza i miliziani di Hezbollah. Netanyahu ha visto l’attacco all’Iran come una sua missione dalla sua rielezione nel 2009, ritenendo il programma nucleare iraniano una minaccia esistenziale per Israele. Nonostante i tentativi di bombardamento nel corso degli ultimi anni, il problema resta irrisolto. La sua riluttanza a intraprendere una via diplomatica si contrasta ora con la necessità di accettare un negoziato guidato da Trump.