Non possiamo che dirci Kantiani

22.04.2024
Non possiamo che dirci Kantiani
Non possiamo che dirci Kantiani

Immanuel Kant nasceva trecento anni fa. È stato il filosofo dell’Illuminismo, del diritto e della morale. Ostile all’invadenza dello Stato, ha stabilito i limiti dell’arbitrio personale per tutelare la libertà di tutti

Il 22 aprile 1724, 300 anni fa, nasceva a Königsberg, nella Prussia Orientale (oggi Kaliningrad, territorio russo) Immanuel Kant, uno dei più grandi filosofi di tutti i tempi.

L’opera del grande pensatore tedesco coincide con l’apogeo dell’Illuminismo e la sua morte, avvenuta nel 1804 dopo una vita di studi, sembra appropriatamente chiudere il Secolo dei Lumi. Peraltro, i suoi contributi nei campi della metafisica, della logica e dell’estetica, racchiusi nei suoi capolavori, la Critica della ragion pura, la Critica della ragion pratica e la Critica del giudizio, sono talmente corposi e rilevanti che quasi si farebbe loro torto a riassumerli in un articolo di quotidiano.

Tuttavia, in un’era in cui gli ordinamenti liberaldemocratici sono minati al loro interno da populismi con venature irrazionali e l’ordine internazionale è messo costantemente sotto attacco da regimi e gruppi autoritari o terroristici, vale la pena ricordare succintamente il Kant filosofo del diritto.

Gli scritti sul tema sono racchiusi in buona parte nella Metafisica dei costumi, ma si ritrovano anche in scritti minori spesso altrettanto interessanti.

La prima distinzione fondamentale che Kant opera è quella tra diritto e morale. Mentre la volontà buona, l’azione che ha valore morale è quella spontanea, di cui l’uomo che la compie è intimamente convinto, la legislazione richiede solo una conformità esteriore dell’azione compiuta alla norma, «senza riguardo al suo impulso interiore», attraverso una «volontà giuridica» che rispetta la legalità. Per chi ricorda le lezioni di filosofia, i doveri giuridici non sono imperativi categorici ma imperativi ipotetici, destinati al raggiungimento di uno scopo particolare.

Se questo è vero (e in effetti un grande romanzo distopico come 1984 di Orwell prefigura una polizia del pensiero impersonata dal Grande Fratello), d’altronde il diritto non è solo ciò che è giuridico, vale a dire la norma positiva, ma ciò che è giusto. Poiché il diritto è un fenomeno intersoggettivo (mette in relazione un soggetto con un altro) esso riguarda le relazioni del proprio “arbitrio” con quello degli altri, significando questa parola il desiderio di mirare a un determinato fine unito alla consapevolezza di poterlo raggiungere.

Il compito della Legge, che è «forma nella relazione tra i due arbitrii», è perciò far in modo che «l’azione di uno dei due possa accordarsi con la libertà dell’altro secondo un principio universale». Da qui la famosa definizione del diritto secondo Kant: «Insieme delle condizioni per le quali l’arbitrio di ognuno può accordarsi con l’arbitrio degli altri secondo una legge universale di libertà». E poiché il filosofo non disdegnava mai un bell’imperativo, concludeva: «Agisci in modo che il libero uso del tuo arbitrio possa accordarsi con la libertà di ogni altro secondo un principio universale di libertà».

Questa impostazione è importante e differisce leggermente da quella di altri teorici liberali come Locke e Hume, perché qui la libertà è un diritto innato, in quanto è la base razionale (non naturale o empirica) della coesistenza e da solo include tutti gli altri. La libertà è il fine cui tende il diritto e ne giustifica la coattività in quanto essa è necessaria ad impedire gli ostacoli alla libertà stessa. Gli altri principi, inclusa l’uguaglianza, «sono già insiti nel principio della libertà innata e da essa non sono in realtà distinti». E in effetti se sono libero e protetto nella mia libertà sono uguale a tutti gli altri.

Da qui l’avversione libertaria di Kant verso ogni Stato-provvidenza che concepisce «i sudditi come figli minorenni che non sanno distinguere cosa è loro veramente utile o dannoso, sono costretti a comportarsi soltanto passivamente, per aspettare solo dal giudizio del capo dello Stato in qual modo essi debbano essere felici». Questa idea è alla base del «più grande dispotismo che si possa pensare» mentre invece nello Stato «nessuno mi può costringere a essere felice a suo modo, ma ognuno può ricercare la propria felicità, purché non rechi pregiudizio alla libertà di altri di tendere a uno scopo simile».

Quanto detto è fondamentale perché è una guida sicura per il legislatore che come prima domanda rispetto alle leggi che emana deve chiedersi: sono intrusive della libertà? E, se la risposta è affermativa, esiste una necessità superiore che giustifichi la limitazione? Ad esempio, il bislacco divieto del Comune di Milano di non poter fumare a partire dal prossimo gennaio 2025 nemmeno all’aperto se non a 10 metri di distanza cosa prevede in caso di consenso dell’altra persona? Niente (la delibera di Torino, ad onor del vero, tiene in conto la volontà di chi è soggetto al fumo passivo). Dieci metri sono sensati? E che dire se si fuma controvento?

Nel campo delle attività economiche (vale la pena ricordare la kantiana duplice natura umana di insocievolezza-socievolezza, dove la prima è quella che fa progredire, grazie all’amor di sé, l’intera umanità spingendo a un «maggior sviluppo delle disposizioni naturali») le altrettanto bizzarre battaglie di alcuni sindaci contro AirBnb comprimono la libertà dei proprietari benché costoro non provochino pregiudizio alla libertà altrui?

Ecco perché, a 300 anni dalla sua nascita, chi si pone le giuste domande su libertà, Stato di diritto e prosperità non può non dirsi kantiano.

Fonte: LaStampa

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