Paralisi dei trasporti nel Sud Italia: magazzini pieni e scaffali vuoti

21.10.2026 02:55
Paralisi dei trasporti nel Sud Italia: magazzini pieni e scaffali vuoti

Protesta degli autotrasportatori paralizza il Mezzogiorno

Napoli, 21 ottobre 2026 – Una fila d’acciaio lunga chilometri, svincoli trasformati in parcheggi e una domanda che corre da un capo all’altro del Mezzogiorno: quanto può reggere l’economia privata italiana senza i suoi camion? La risposta, dopo sei giorni di protesta degli autotrasportatori, è già scritta nei magazzini pieni, negli scaffali vuoti e nelle fabbriche che cominciano a fare i conti con il rischio di fermare le macchine come è già successo con i pastifici artigianali di Gragnano e Campobasso, a secco di semola, o con la mega fabbrica Stellantis di Atessa a secco di componenti. Dal basso Lazio a Gioia Tauro, passando per Caserta, Napoli e Taranto, lo stallo ha prodotto il suo effetto domino, riporta Attuale.

Paralisi del Sud e scaffali vuoti

“Paralizzare il Sud è come bloccare lo stretto di Hormuz: la merce c’è, ma non passa”, commenta uno dei camionisti fermi a Caianello. Il paradosso è servito: i produttori hanno i piazzali pieni, i distributori non riescono a rifornire i punti vendita e i consumatori tornano a casa con le borse della spesa vuote. “La merce manca perché non riusciamo a consegnarla”, è la sintesi.

I primi segnali dell’emergenza sono arrivati dalla grande distribuzione. All’ingresso di alcuni supermercati di Napoli sono comparsi cartelli che avvisano i clienti della mancata consegna delle merci, a Ischia e Procida scaffali praticamente vuoti. “Sembra di essere tornati agli anni del Covid”, dice la titolare di un super. A Cosenza cominciano a scarseggiare frutta, verdura e latte fresco. In alcune zone tra Puglia e Sicilia si segnalano difficoltà per gasolio, uova, pasta, acqua e medicinali. “Per ora nessun allarme, continuiamo ad assicurare le forniture a farmacie e cittadini”, assicura il presidente dell’Associazione distributori farmaceutici (Adf), Walter Farris. Che segnala però il timore di garantire farmaci e vaccini, anche in vista dell’imminente campagna antinfluenzale. Il problema più urgente si nasconde dietro le saracinesche dei magazzini refrigerati. Le celle sono piene e il tempo gioca contro. “Frutta, verdura, latticini e altri alimenti deperibili non possono aspettare all’infinito che la protesta si sblocchi. Se i camion non ripartono, una parte della merce rischia di perdere valore commerciale o di dover essere distrutta”, spiega un ingegnere del supply chain. “Ogni giorno fermo significa più merce da salvare, più costi da sostenere e meno margine per recuperare le consegne”, aggiunge il responsabile della logistica di un grande gruppo alimentare dell’Avellinese.

Le merci che viaggiano su strada e la minaccia del fermo

Il dato che rende il sistema particolarmente fragile è contenuto in una percentuale di Coldiretti: l’85% delle merci destinate alla GDO viaggia su strada. Un’interruzione prolungata del trasporto su gomma non è dunque un semplice accidente: è una minaccia mortale alla continuità degli approvvigionamenti. Il fresco è il primo a soffrire, ma non sarà necessariamente quello che pagherà il conto più salato. Se il blocco dovesse proseguire, le conseguenze potrebbero estendersi alle attività che lavorano a ciclo continuo o che dipendono da consegne programmate con margini ridotti: oltre ai pastifici, anche automotive e componentistica, chimica, plastica e packaging. Tutte filiere che lavorano con poche scorte. Basta un componente mancante per mettere in crisi un’intera linea. Non occorre che il magazzino sia vuoto, è sufficiente che non ci sia proprio quel pezzo. È quanto è già accaduto allo stabilimento Stellantis di Atessa, in Val di Sangro dove le difficoltà di approvvigionamento hanno imposto lo stop al secondo turno. “Il costo del blocco non si misura soltanto nei camion fermi. Ma anche nelle ore di lavoro perse, negli ordini che slittano, nelle commesse che rischiano di saltare e nella perdita di reputazione”, è la dichiarazione di Unindustria Calabria che riassume la preoccupazione della manifattura. Le prime stime indicano danni fino a 50 milioni di euro. Una cifra che potrebbe crescere se la paralisi dovesse trascinarsi.

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