La minoranza non annuncerà domani un candidato alternativo a Schlein, ma intende farsi sentire sulle regole d’ingaggio e la linea del partito, riporta Attuale.
Nessun candidato da tirare fuori dal cilindro alla Direzione dem di domani. Almeno per ora. Ma i riformisti del Pd non intendono escludere dalla discussione sia le regole delle primarie che il profilo politico con cui il partito si presenterà al confronto con Giuseppe Conte e gli altri alleati. «Domani non annunciamo la candidatura», mette subito in chiaro a Open un esponente della minoranza dem. Nonostante le aspirazioni di qualcuno, l’ipotesi di un secondo nome interno al Pd, Giorgio Gori in testa, appare al momento improbabile. «Purtroppo al momento sembra sia così», sottolineano.
Ma il punto, insistono i riformisti, non è soltanto chi potrebbe sfidare Elly Schlein ai gazebo. «Il problema non è il secondo nome. Il Pd è un partito plurale ed è forte quando è plurale, come alle europee. Si vuole valorizzare questa pluralità oppure no? Seconda candidatura, linea politica: questa è la questione che porremo domani». La minoranza si prepara quindi alla Direzione nazionale, convocata per venerdì 2 ottobre alle 11 al Nazareno, che si aprirà con la relazione della segretaria. Successivamente, l’Assemblea nazionale affronterà anche la proroga del mandato di Schlein, in scadenza a marzo 2027.
La battaglia sulle primarie
Una richiesta, però, è già definita. «Spingeremo per le primarie, perché c’è un pezzo di maggioranza che non le vuole», e nello specifico per quelle «a doppio turno», sottolineano. Il dualismo Schlein-Conte, infatti, viene considerato insufficiente a rappresentare tutte le anime della futura coalizione: «Delle primarie così sono strette, molto strette».
Primarie che preoccupano una parte del partito. Andrea Orlando, intervenendo oggi a Omnibus su La7, ha descritto una «grandissima preoccupazione» nella base del partito, indicando due rischi: possibili condizionamenti del voto e, sul piano politico, una «polarizzazione estrema». D’altro canto, lo stesso Orlando ha riconosciuto che senza un’alternativa consolidata, «la probabilità delle primarie» sta crescendo.
Per la minoranza dem, se i gazebo si faranno, tanto vale costruire regole che consentano di allargare la competizione e arrivare eventualmente a un ballottaggio. È la proposta emersa nei giorni scorsi, assieme all’ipotesi di una candidatura capace di raccogliere un’area più vasta, dal partito fino al mondo centrista. Il nome resta quello di Giorgio Gori, ma domani, spiegano, non ci sarà alcuna investitura: «Non annunceremo la candidatura», tagliano corto.
Per valorizzare le varie anime del Pd «ci sono due modi: può esserci un secondo candidato oppure può esserci un profilo politico della segretaria del Pd», osservano. In altre parole, la richiesta di pluralismo non necessariamente implica una candidatura alternativa a Schlein, ma può manifestarsi anche nella piattaforma con cui la segretaria si presenterà alle primarie. Su questo punto, la minoranza intende aprire il confronto già domani.
Lo Statuto e il nodo del secondo candidato
Per quanto riguarda le regole, la partita è aperta. Negli scorsi giorni, il responsabile Organizzazione Igor Taruffi aveva indicato Schlein come unico candidato del Pd alle primarie, suscitando qualche sopracciglio. Lo Statuto dem stabilisce che il segretario nazionale venga proposto dal partito come candidato alla presidenza del Consiglio, ma l’articolo 5, comma 3, prevede anche che, in caso di primarie di coalizione, sia l’Assemblea nazionale a stabilire «le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature» in aggiunta a quella del segretario.
Tuttavia, la diatriba sullo statuto si intreccia anche con la questione della proroga del mandato della segretaria e dell’eventuale scelta di derogare al percorso congressuale ordinario. Per quanto riguarda la proroga, che dovrà passare dall’Assemblea, il confronto, fanno sapere, è già aperto.
«Il programma non è il discorso di Reggio Emilia»
Infine, c’è il secondo fronte, quello del programma. Schlein ha indicato la strada di un programma da costruire insieme non solo con M5s e Avs, ma anche con forze moderate e centristi. L’obiettivo, ribadito nella segreteria di ieri, è quello di accelerare sulla piattaforma comune, allargando il tavolo della coalizione, senza però dover sottoporre agli alleati una lista di punti inderogabili, come quella redatta dai pentastellati con Nova, proprio in virtù dell’unità ambita dalla segretaria. «Il programma è già nelle battaglie portate avanti insieme in questi anni», è stato il ragionamento.
Dalla minoranza arriva però un avvertimento: il tentativo di costruire l’unità del centrosinistra non può e non deve tradursi, mettono in guardia, nell’assorbimento delle posizioni pentastellate. «Non si può pensare che il Pd si presenti con la stessa piattaforma del Movimento 5 Stelle», ribadiscono a Open. E anche su questo fronte si cercherà di allargare il dibattito di domani, poiché «il programma non è il discorso di Reggio Emilia».