Roma, 16 maggio 2026 – Un “pediatra senza volto e senza anima”. È questa l’espressione che, più di altre, sintetizza la preoccupazione contenuta nella lettera aperta firmata dalla Federazione italiana medici pediatri. Secondo la Fimp, il decreto Schillaci e la riforma della medicina territoriale rischiano di produrre uno spostamento del rapporto medico-paziente verso una dimensione più burocratica e meno personale, indebolendo quella continuità assistenziale che da decenni rappresenta uno dei pilastri della sanità pubblica italiana. L’affondo arriva direttamente ai media e all’opinione pubblica. Per il sindacato dei pediatri, infatti, il cambiamento in atto rischia di consumarsi nel silenzio, presentato come modernizzazione mentre, sostengono, potrebbe produrre l’effetto opposto: un progressivo indebolimento della medicina di prossimità, riporta Attuale.
Le Case della Comunità
Nel mirino della federazione finiscono soprattutto le Case della Comunità, cardine della nuova organizzazione territoriale del Servizio sanitario nazionale. La preoccupazione dei pediatri riguarda il modello organizzativo che potrebbe emergere: meno rapporto fiduciario con il professionista scelto dalle famiglie, più turnazioni e centralizzazione dei servizi. Secondo la Fimp, la promessa di maggiore accessibilità rischia di trasformarsi in una medicina “a sportello”, dove il cittadino non trova più il proprio medico di riferimento ma un sistema di assistenza impersonale. Da qui la definizione volutamente provocatoria di “call center della salute”. Per i pediatri, la differenza è sostanziale. Una copertura oraria, spiegano, non può sostituire la conoscenza approfondita della storia clinica di un bambino, delle fragilità familiari o del contesto sociale in cui cresce. Tradotto: la salute non si esaurisce nella risposta a una prestazione, ma vive nella continuità del rapporto.
Il “doppio canale” con le Asl
Altro fronte di scontro è quello del cosiddetto “doppio canale”, ipotesi che affiancherebbe al tradizionale regime di convenzionamento un rapporto di dipendenza diretta dei medici dalle aziende sanitarie locali. La Fimp parla apertamente di un rischio sistemico. Il timore è che il passaggio verso un modello più aziendalizzato possa incidere sull’autonomia professionale del pediatra, introducendo logiche legate a budget, razionalizzazione delle risorse e vincoli burocratici. Nella visione della federazione, l’attuale sistema convenzionato rappresenta invece una garanzia per le famiglie: il medico risponde prima di tutto al paziente e non a direttive amministrative. Per questo il sindacato definisce l’autonomia professionale non un privilegio corporativo, ma una tutela concreta del diritto alla cura.
Il ritardo delle Regioni
La lettera aperta punta il dito anche contro le amministrazioni regionali. Secondo la Fimp, molte Regioni non hanno ancora attivato in modo strutturale le Aggregazioni funzionali territoriali pediatriche previste dal decreto Balduzzi del 2012. Un ritardo che il sindacato considera difficilmente giustificabile, considerando che sono trascorsi ormai quattordici anni dall’introduzione normativa dello strumento. In diversi territori, denunciano i pediatri, queste strutture esisterebbero soltanto formalmente oppure sarebbero rimaste sulla carta. Ed è proprio qui che si consuma uno dei paradossi evidenziati dalla federazione: prima di cambiare radicalmente modello, sostengono, bisognerebbe completare ciò che era già previsto dalla normativa esistente.
L’appello della Fimp
La Fimp chiude la sua presa di posizione con un invito alla stampa a mantenere alta l’attenzione sul tema. L’obiettivo dichiarato non è lo scontro frontale, ma l’apertura di un confronto istituzionale sulla riforma della medicina territoriale. La salute, insistono i pediatri, non può essere trattata come una pratica da smaltire allo sportello più vicino. Dietro ogni assistito c’è una storia clinica, familiare e umana che nessun algoritmo organizzativo, per quanto efficiente, può sostituire.