Il ritorno di Giusi Bortolozzi: «Non sono una zarina. Ranucci potrebbe candidarsi»

18.05.2026 07:35
Il ritorno di Giusi Bortolozzi: «Non sono una zarina. Ranucci potrebbe candidarsi»

Giusi Bortolozzi, ex capo di gabinetto di Carlo Nordio, continua a prestare servizio al ministero della Giustizia, esprimendo il suo disappunto per la situazione attuale: «Non esistono Zarine nelle amministrazioni pubbliche. Solo responsabilità, definite dalla legge, che mi sono sempre assunta. Resto al ministero perché obbligata, in attesa che le autorità preposte completino l’iter procedurale», riporta Attuale.

La Zarina

Bartolozzi difende le scelte fatte con Carlo Nordio, sottolineando che «Ingressi e uscite le determina il ministro. C’era un modello lavorativo di attuazione della linea di politica giudiziaria da lui voluta. Il ministero non è una combriccola di amici. Non puoi permetterti personale non in linea o poco collaborativo». Ha inoltre evidenziato che sono stati assunti quasi 2.000 magistrati, 7.000 agenti penitenziari e 10.000 addetti all’ufficio del processo stabilizzati, ritenendo che nessuno avesse mai fatto prima. Ha respinto le accuse di conflitti interni come «bugie» e ha affermato: «Ho spalle forti e ho sempre agito nel rispetto delle Istituzioni». Ha aggiunto: «Ammiro chi cerca la verità, ma c’è chi vuole solo orientare giudizi».

Ranucci e il Pd

Riguardo ai servizi di Report dedicati a lei, ha dichiarato: «Non mi sorprenderei se Ranucci si candidasse, con il Pd o giù di lì. Quanto alle opposizioni, conosco le regole della politica». Ha confermato la sua stima nei confronti del presidente Meloni e il suo supporto per il ministro, affermando che sarà sempre al suo fianco. Tuttavia, ha fatto riferimento all’invito a votare «Sì» per rimuovere il «plotone di esecuzione»: «Non c’era nulla di cui scusarmi. Era una riflessione amara sul rischio di esposizione mediatica anticipata», ha precisato, difendendo la sua posizione e affermando che la frase è stata estrapolata dal contesto.

Almasri

In merito al caso Almasri, ha affermato: «Non voglio entrarci. Farei lo stesso errore di chi fa inchieste mediatiche. Si parla nelle aule giudiziarie». Riguardo alla questione della scudatura, ha risposto: «Non l’ho chiesto né mi giova». Ha spiegato che non può rinunciare a tale prerogativa, poiché è una decisione del Parlamento, sostenendo la necessità di non colpire l’ultimo anello della catena decisionale. Ha assicurato che «la verità verrà fuori» e ha rassicurato chi teme la prescrizione, dichiarando: «Vi rinuncerei, non ho mentito».

Minetti

Infine, riguardo alla grazia a Nicol Minetti, ha affermato di non aver mai discusso la questione con gli uffici del Quirinale o con l’autorità giudiziaria. Ha sottolineato che il Dipartimento per gli affari di giustizia ha agito in autonomia e che ha mostrato le carte al ministro solo a istruttoria conclusa. Ha espresso rammarico per non aver colto il momento giusto per chiarire la frase sul «plotone»: «Confidavo in una lettura serena», ha dichiarato, etichettando come «ingiustificato» l’attacco subito dal governo. «Ho imparato la lezione» ha concluso.

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