Crisi abitativa: le differenti mobilitazioni in Italia e Spagna
In Spagna, nei giorni scorsi, si sono svolte massicce proteste per il diritto alla casa, in risposta a sfratti e all’aumento dei costi degli affitti, riporta Attuale. In Italia, sebbene vi siano state manifestazioni per il diritto alla casa, esse non si avvicinano nella scala e nell’impatto a quanto accaduto in Spagna. Nel 2023, ad esempio, gli studenti universitari hanno protestato contro l’aumento degli affitti occupando spazi davanti agli atenei, mentre a Roma ci sono stati cortei a difesa di Spin Time, un palazzo occupato. Tuttavia, queste mobilitazioni sono rimaste limitate a specifiche località senza mobilitare un vasto consenso nazionale.
Le motivazioni dietro questa differenza di coinvolgimento sono molteplici. Prima di tutto, l’impatto della crisi finanziaria del 2008 ha avuto conseguenze diverse in Spagna rispetto all’Italia. In Spagna è emersa una bolla immobiliare che ha portato a un aumento esponenziale dei prezzi delle abitazioni, seguita da un collasso drammatico del mercato. Si stima che tra il 2007 e il 2014, oltre 600.000 pignoramenti hanno avuto luogo, con più di 425.000 sfratti eseguiti, colpendo duramente le famiglie indebitate.
In Italia, la crisi ha avuto un impatto più marcato sull’occupazione che sull’accesso alla casa, sebbene anche qui i prezzi delle abitazioni siano diminuiti lentamente. A causa di disoccupazione crescente e precariato, molte famiglie italiane si sono trovate in difficoltà, ma il dibattito si è focalizzato più sulla perdita di valore degli immobili piuttosto che sull’impossibilità di accedere a un’abitazione.
Filippo Celata, professore di Geografia Economica presso l’Università La Sapienza di Roma, ha affermato che l’Italia si è trovata intrappolata in un’«illusione proprietaria», un’idea errata che l’acquisto di una casa rimanga una possibilità accessibile nel tempo.
Un’altra differenza chiave è la distribuzione della proprietà immobiliare. In Spagna, la crisi ha portato a una concentrazione della proprietà nelle mani di grandi fondi immobiliari, a seguito della creazione della SAREB nel 2012, che ha acquistato case pignorate per rivenderle. A Madrid, questi fondi detengono ora il 5% delle abitazioni, complicando ulteriormente la situazione per gli affittuari. In Italia, invece, la maggioranza degli appartamenti in affitto è posseduta da piccoli proprietari, rendendo le rivendicazioni contro l’affitto meno confrontabili.
Le statistiche mostrano che tra il 2013 e il 2024, i tribunali spagnoli hanno eseguito 765.000 sfratti, mentre in Italia i tempi burocratici rallentano tali processi, limitandone l’impatto immediato. Questa realtà ha portato a percepire lo sfratto come un evento raro, contribuendo a creare tensioni minori rispetto a quelle vissute in Spagna.
Inoltre, il ruolo delle case popolari in Italia ha attutito i conflitti, offrendo supporto a chi rischia di perdere la propria abitazione. Tuttavia, questa rete di protezione sta iniziando a mostrare segni di esaurimento, come avverte Emily Clancy, vicesindaca di Bologna, evidenziando la crescente difficoltà di accesso per chi non rientra nei parametri per ottenere un’abitazione popolare.
La dimensione politica delle mobilitazioni risulta un’altra caratteristica determinante. In Spagna, i movimenti per la casa hanno trovato rappresentanza nelle istituzioni grazie a partiti come Podemos e Sumar, mentre in Italia la frammentazione dei movimenti rende difficile una rappresentanza efficace e una visibilità mediatica adeguata. Le iniziative come il Social Forum dell’Abitare hanno un significato, ma non riescono a scatenare un dibattito nazionale sufficientemente consistente.
In sintesi, sebbene il diritto alla casa sia una questione cruciale in entrambi i Paesi, le modalità di mobilitazione e le dinamiche politiche mostrano un divario significativo, evidenziando come le esperienze sociali, economiche e politiche giustifichino le differenze nelle risposte a questo problema cruciale.