Proteste in Repubblica Ceca contro la riforma del finanziamento dei media pubblici

04.11.2026 09:15
Proteste in Repubblica Ceca contro la riforma del finanziamento dei media pubblici

Proteste in Repubblica Ceca contro il piano di riforma dei media pubblici

Nella Repubblica Ceca ci sono state nuove grandi proteste e scioperi contro un piano del governo di rivedere il modo in cui vengono finanziati i media pubblici. Secondo chi manifesta, il progetto ha l’intento non dichiarato di ridurre l’indipendenza e l’autonomia economica dei mezzi d’informazione, al fine di renderli più manipolabili, riporta Attuale.

Le proteste contro la legge erano cominciate già in primavera: sono riprese ora perché a fine ottobre la maggioranza ha approvato la legge in prima lettura con una procedura accelerata, durante una seduta fissata a un orario improbabile. Il piano riguarda la televisione pubblica, Česká televize (ČT), e la radio pubblica, Český rozhlas (ČRo). Martedì in varie città hanno manifestato migliaia di persone, e più di 3.500 dipendenti e collaboratori di ČT e ČRo hanno scioperato. I telegiornali del canale di notizie di ČT, ČT24, sono stati accorciati e trasmessi in uno studio buio: in segno di protesta i giornalisti erano vestiti di nero.

Il governo, che è formato da una coalizione di destra ed è guidato dal politico populista Andrej Babiš, promuove la legge da mesi. Vuole eliminare il canone, cioè la tassa che famiglie e aziende pagano per finanziare la televisione e la radio pubbliche, e sostituirlo con un finanziamento stabilito di anno in anno dal governo con la legge di bilancio.

Il ragionamento di chi contesta la proposta è semplice: un canone autonomo dà alle due emittenti un’entrata fissa, che non può essere influenzata dalla politica. Finanziarle attraverso fondi nel bilancio dà più potere al governo di decidere quanti soldi investire di anno in anno: quindi, in teoria, potrebbe usare questa possibilità come uno strumento di pressione. Babiš sostiene che il canone sia una tassa ingiusta, che colpisce indifferentemente tutti quanti, che guardino la televisione oppure no. Al momento in Repubblica Ceca è di circa 8 euro al mese e viene pagato anche dalle aziende, in base al numero dei dipendenti.

Babiš aveva promesso di eliminarlo in campagna elettorale e il 24 ottobre la camera bassa del parlamento ceco ha approvato la riforma in prima lettura. Ha usato una procedura forzata, con tempi di dibattito ridotti e durante una sessione fissata alle 4:30 del mattino. La legge, tra le altre cose, prevede una riduzione dei fondi di circa il 15 per cento per ČT e ČRo. L’EBU, l’organizzazione che mette insieme le emittenti pubbliche europee, e la Federazione dei giornalisti europei hanno criticato la scelta di approvare la legge con così poco dibattito.

Al momento il canone è ancora in vigore. La procedura di approvazione in parlamento è ancora lunga, e il voto definitivo sarà probabilmente a gennaio. Ci sono diverse cose che potrebbero accadere: il presidente della Repubblica, il politico indipendente Petr Pavel, ha detto che potrebbe opporsi con un veto. Babiš ha anche fatto capire che sarebbe disposto a cambiare alcune parti della riforma per venire incontro alle critiche: per esempio, per fare in modo che chi lo desidera continui a pagare il canone.

Babiš è noto per i suoi attacchi e le sue critiche nei confronti dei giornalisti. È un imprenditore e uno degli uomini più ricchi della Repubblica Ceca: era già stato primo ministro dal 2017 al 2021, e lo è ridiventato alla fine del 2025 dopo aver vinto le elezioni. Il suo partito, ANO, non ha una vera ideologia, ma si è spostato su posizioni sempre più di destra, vicine a quelle dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán.

La Repubblica Ceca al momento è un paese democratico e in cui la separazione dei poteri è rispettata. Tuttavia, il governo di Babiš ha dimostrato di avere alcune tendenze illiberali, come evidenziato dalla proposta di legge per obbligare le Ong che ricevono finanziamenti dall’estero a registrarsi come soggetti con “legami con l’estero”. Tale legge era stata ritirata dopo forti critiche e manifestazioni, similmente a leggi precedentemente approvate in Russia.

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