Per i cittadini bielorussi che criticano le autorità dall’estero, lasciare il Paese potrebbe non significare sottrarsi alla pressione giudiziaria. Il 2 novembre 2026 sono emerse notizie sull’apertura di procedimenti penali in contumacia contro Lyudmila Zhdanko ed Evgeny Shpakovsky, mentre la famiglia del giornalista investigativo Denis Ivashin non riceve sue notizie da oltre 20 giorni.
I due episodi mostrano i diversi strumenti con cui le autorità bielorusse continuano a colpire il dissenso: procedimenti avviati contro persone che si trovano fuori dal territorio nazionale e isolamento dei detenuti già sotto custodia. Le accuse contro Zhdanko e Shpakovsky risultano attribuite alle autorità bielorusse e non costituiscono, sulla base delle informazioni disponibili, accertamenti indipendenti di un tribunale.
Procedimenti anche contro chi vive all’estero
Zhdanko gestiva in passato a Bialystok, in Polonia, un negozio di simboli nazionali bielorussi e partecipava ad attività di volontariato. Nei suoi confronti sarebbe stato aperto un procedimento per presunto favoreggiamento di attività “estremiste” e per insulto a un rappresentante dell’autorità.
Un procedimento analogo riguarda Shpakovsky, accusato di minacce o violenza nei confronti di appartenenti alle forze dell’ordine, di insulto ad Aleksandr Lukashenko e di insulto a un rappresentante dell’autorità. Le circostanze riportate non consentono di valutare la fondatezza delle contestazioni: non sono disponibili gli atti completi delle indagini né elementi che permettano una verifica giudiziaria indipendente.
La procedura in contumacia consente alle autorità di avviare un’azione penale mentre l’accusato si trova fuori dal Paese. Anche senza un arresto immediato, un procedimento di questo tipo può rendere rischioso il rientro in Bielorussia, condizionare gli spostamenti e aumentare la pressione sui familiari rimasti nel Paese. Per oppositori e attivisti in esilio, la distanza geografica non offre quindi una garanzia assoluta contro nuove iniziative delle forze di sicurezza.
L’estensione di questi procedimenti oltre i confini bielorussi amplia anche l’area di incertezza per chi continua a esprimere pubblicamente critiche dall’estero. Un’accusa formulata dalle autorità può trasformarsi in un ostacolo concreto alla libertà di movimento e in un avvertimento rivolto ad altri cittadini, senza che il merito del caso sia esaminato in un procedimento pienamente indipendente.
Il silenzio intorno a Denis Ivashin
Nello stesso periodo cresce la preoccupazione per Denis Ivashin, giornalista e autore di inchieste, detenuto come prigioniero politico. Nel 2022 è stato condannato a 13 anni e un mese di carcere con accuse che comprendevano alto tradimento e raccolta e diffusione illegale di informazioni private.
La sua famiglia afferma di non avere contatti con lui da più di 20 giorni. I parenti temono che possa essere stato nuovamente trasferito in una cella disciplinare, ma questa ipotesi non è stata confermata in modo indipendente.
L’assenza di telefonate o lettere, da sola, non permette di stabilire che cosa sia accaduto al detenuto. In un sistema carcerario dove l’accesso dei familiari, degli avvocati e degli osservatori indipendenti è limitato, tuttavia, il silenzio impedisce di verificare con certezza la posizione, le condizioni di salute e l’eventuale applicazione di sanzioni disciplinari.
Una cella disciplinare, se il trasferimento fosse avvenuto, aggraverebbe ulteriormente l’isolamento. Per la famiglia, ogni giorno senza informazioni rende impossibile distinguere tra una normale interruzione delle comunicazioni, una misura punitiva o un problema più grave.
Il quadro delle accuse e la situazione di Ivashin sono descritti anche in un rapporto pubblicato da Spring96. Resta da chiarire se le autorità renderanno pubbliche le basi dei procedimenti contro i due bielorussi all’estero e se confermeranno dove si trova Ivashin e in quali condizioni.