Myanmar accetta il rimpatrio di oltre 300 mila Rohingya, ma la situazione resta incerta
Naypyidaw ha annunciato l’accettazione del rientro di oltre 300 mila Rohingya rifugiati in Bangladesh, ma solo quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno, riporta Attuale.
Il governo militare birmano ha dichiarato di aver verificato finora i profili di oltre 400 mila rifugiati su una lista di 828.824 persone fornita da Dhaka, riconoscendo circa 308.797 ex residenti dello Stato di Rakhine, mentre oltre 113 mila sono ancora in attesa di verifica. Questa nuova apertura è una promessa di rimpatrio, ma non rappresenta un piano concreto e solleva interrogativi sulle reali condizioni di rientro.
Per comprendere la gravità della crisi attuale, è necessario ripercorrere la storia dei Rohingya, una minoranza musulmana del Myanmar che da decenni subisce discriminazioni e persecuzioni. Privati della cittadinanza da una legge del 1982, sono etichettati dalle autorità birmani come “bengalesi”, negando loro il riconoscimento come gruppo etnico ufficiale.
Il flusso migratorio non è recente; già nel 1978 e tra il 1991 e il 1992, centinaia di migliaia di Rohingya avevano cercato rifugio in Bangladesh. Tuttavia, la crisi attuale è scoppiata il 25 agosto 2017, quando il gruppo armato Arakan Rohingya Salvation Army ha attaccato le forze di sicurezza birmane, scatenando una massiccia operazione militare che ha costretto oltre 700 mila Rohingya a fuggire in Bangladesh.
Nonostante un accordo di rimpatrio raggiunto tra Myanmar e Bangladesh tra il 2017 e il 2018, il ritorno non si è mai concretizzato. Inoltre, l’instabilità nel Paese è aumentata dopo il colpo di Stato militare del 2021 e il conflitto tra l’esercito e l’Arakan Army ha ulteriormente complicato la situazione nello Stato di Rakhine, rendendo il rientro sicuro un obiettivo lontano.
Nel frattempo, la vita nei campi profughi di Cox’s Bazar è diventata una realtà permanente. Nel 2026, circa 1,2 milioni di Rohingya vivono in Bangladesh, con condizioni di vita sempre più difficili a causa del sovraffollamento, della malnutrizione e della scarsa igiene. Molti cercano di fuggire verso malaesie e Indonesia, con dati allarmanti: nel 2025, una persona su sette è morta nel tentativo di attraversare il mare. Nel 2026, quasi 3000 persone hanno tentato di seguire lo stesso percorso nel primo quadrimestre dell’anno.
La questione più preoccupante resta la mancanza di una soluzione duratura. I Rohingya sono diventati una crisi dimenticata: troppo numerosi per essere ignorati, ma insufficientemente visibili per attrarre l’attenzione internazionale. Un’intera generazione è cresciuta nei campi, con i bambini che conoscono il Myanmar solo attraverso le storie dei genitori. La promessa di Naypyidaw è ben lontana dall’essere sufficiente; il rientro deve garantire diritti, cittadinanza e sicurezza per evitare che i Rohingya tornino a vivere in una terra che non li riconosce.