Rohingya, Myanmar accetta il ritorno di 300 mila rifugiati, ma senza garanzie di sicurezza

15.08.2026 21:25
Rohingya, Myanmar accetta il ritorno di 300 mila rifugiati, ma senza garanzie di sicurezza

Myanmar apre al rimpatrio di oltre 300.000 Rohingya rifugiati dal Bangladesh

Il governo sostenuto dai militari di Naypyidaw ha annunciato la sua disponibilità ad accogliere il rientro di oltre 300.000 rifugiati Rohingya attualmente in Bangladesh, ma solo quando le condizioni di sicurezza lo permetteranno, riporta Attuale.

Questa dichiarazione, sebbene rappresenti una novità, deve essere interpretata con cautela. Da un elenco di 828.824 rifugiati fornito da Dhaka, il Myanmar ha verificato finora oltre 400.000 profili, con 308.797 considerati ex residenti nello Stato di Rakhine, mentre oltre 113.000 sono ancora in attesa di verifica. Si tratta di una promessa di rimpatrio, non ancora di un piano concreto, e resta da vedere in quali condizioni i Rohingya potrebbero tornare.

La crisi dei Rohingya è complessa e radicata. Questa minoranza musulmana ha subito discriminazioni e persecuzioni decennali, culminate con la legge sulla cittadinanza del 1982 che ha privato la maggior parte di loro della cittadinanza e ha portato le autorità birmane a negare il riconoscimento della loro identità, definendoli «bengalesi» e sostendendo che siano immigrati dal Bangladesh. La situazione attuale è il risultato di un lungo percorso di marginalizzazione e violenza.

Il dramma dei Rohingya non è iniziato nel 2017. Già nel 1978 e nel 1991-1992, ondate significative di rifugiati avevano cercato scampo in Bangladesh. Tuttavia, è il 25 agosto 2017 a segnare una svolta critica: dopo attacchi dei gruppi armati Rohingya, l’esercito birmano ha lanciato una massiccia operazione militare, costringendo oltre 700.000 Rohingya a fuggire in Bangladesh. Questa operazione ha sollevato accuse internazionali di pulizia etnica e genocidio.

Myanmar e Bangladesh avevano già tentato di stabilire un programma di rimpatrio nel 2017-2018, ma il ritorno non si è mai concretizzato. La situazione è ulteriormente peggiorata con il colpo di Stato militare del 2021, che ha aggravato il conflitto. Inoltre, dal 2023, i combattimenti tra l’esercito e l’Arakan Army hanno reso la situazione nello Stato di Rakhine sempre più instabile, rendendo incerta la sicurezza necessaria per un ritorno.

Nel frattempo, la vita nei campi di Cox’s Bazar è diventata una condizione permanente. Attualmente, circa 1,2 milioni di Rohingya vivono in Bangladesh, con la maggior parte confinata nei campi. Le condizioni di vita, contrassegnate da sovraffollamento e malnutrizione, continuano a deteriorarsi, mentre gli aiuti internazionali sono sotto pressione. Negli ultimi anni, in molti hanno tentato di fuggire via mare verso la Malaysia e l’Indonesia, affrontando viaggi pericolosi; nel 2025, una persona su sette è morta nel tentativo di attraversare verso un futuro migliore.

La questione dei Rohingya rischia di diventare una crisi dimenticata, mai abbastanza presente nell’agenda internazionale. Un’intera generazione è cresciuta nei campi, e la promessa di rimpatrio di Naypyidaw è insufficiente: per un ritorno significativo, devono essere garantiti sicurezza, diritti e la certezza di non subire ulteriori persecuzioni. Altrimenti, dopo nove anni di esilio, i Rohingya potrebbero tornare in una terra che non li riconosce e continua a ignorarli.

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