Milano, 22 ottobre 2026 – Tredici anni dopo la condanna di Silvio Berlusconi per frode fiscale sulle compravendite di diritti tv Mediaset, la Corte di Strasburgo ha bocciato il ricorso: “Nessuna violazione dei diritti dell’uomo”, riporta Attuale.
Il patron di Mediaset aveva presentato ricorso contro l’Italia alla Cedu, la Corte europea per i diritti dell’uomo, lamentando un’“ingiustizia” relativa alla condanna penale di 4 anni di reclusione, di cui 3 condonati dall’indulto del 2006, per un piano di evasione fiscale sui diritti televisivi acquisiti attraverso Mediaset S.p.A. e altre aziende del gruppo. Questo ricorso risale al 28 dicembre 2013 e, dopo la morte di Berlusconi avvenuta nel 2023, gli eredi hanno deciso di continuare la causa.
Nella sentenza pubblicata oggi, la Cedu ha esaminato a fondo la questione relativa all’imparzialità del collegio giudicante della Corte di Cassazione, affermando che il ricorso a Strasburgo è “manifestamente infondato”.
‘Berlusconi contro Italia’: respinte i 12 punti del ricorso
Dopo la condanna per frode del 2023, il Cavaliere ha tentato di bloccare la pena attraverso un ricorso a Strasburgo. La causa ‘Silvio Berlusconi contro l’Italia’ è stata istruita dalla Cedu l’8 aprile 2014 e, ora, a distanza di 13 anni, la Corte europea ha respinto i punti del ricorso, basato sulle presunte violazioni delle 12 garanzie fondamentali della persona, sancite dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo del 1950.
Secondo i legali di Berlusconi, sarebbero stati violati il diritto a un tribunale indipendente, imparziale e precostituito; il diritto di presenza e partecipazione al processo; il diritto di difesa e il principio di parità delle armi e contraddittorio nella prova; il principio di legalità e prevedibilità della pena.
“Nessuna violazione al diritto sull’equo processo”
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha respinto il ricorso portato avanti dagli eredi di Silvio Berlusconi, concludendo che “non vi è stata alcuna violazione del diritto a un processo equo”. I giudici di Strasburgo hanno ritenuto che non sia stato dimostrato un difetto di imparzialità della Corte di Cassazione, che, nell’agosto 2013, rese definitiva la condanna per frode fiscale. La sentenza ribadisce che non c’è stata nessuna violazione dell’articolo 6 (diritto a un giusto processo) della Convenzione europea sui diritti dell’uomo.
La querelle italiana all’interno della Cedu
Nel 2020, il ricorso – intentato dal defunto Niccolò Ghedini – era stato ritenuto ammissibile dalla Cedu, ma solo recentemente la causa è giunta all’esame del merito, creando divisioni all’interno del corpo giudicante italiano nella Corte.
Secondo quanto riportato dal Corriere, “il giudice italiano Raffaele Sabato si è astenuto, presumibilmente per la conoscenza con alcuni dei giudici di Cassazione che nel 2013 condannarono Berlusconi”. Per regolamento, un ‘giudice ad hoc’ avrebbe dovuto subentrare, ma anche Enzo Cannizzaro si sarebbe astenuto. Queste astensioni hanno costretto la Cedu a ricorrere al giudice ordinario del Liechtenstein per completare il collegio.
I motivi del ricorso
I difensori di Berlusconi hanno contestato l’assegnazione, nell’estate del 2013, del ricorso finale in Cassazione alla sezione feriale della Corte sulla base di un’imminente prescrizione del reato. Inoltre, uno dei punti del ricorso riguardava la decisione di tenere il processo a Milano invece che a Brescia, poiché 62 magistrati del distretto di Milano erano azionisti di Mediaset durante i fatti contestati, risultando così potenzialmente in conflitto di interesse.
Nel ricorso si evidenziava anche lo “sfoltimento delle liste dei testimoni della difesa ritenuti superflui” e il mancato accoglimento dei “legittimi impedimenti” invocati da Berlusconi in cinque udienze, a causa di impegni istituzionali quando ricopriva il ruolo di premier e per motivi di salute.
Infine, Berlusconi ha contestato la condanna come “ideatore” di un sistema di frode fiscale, sostenendo che non fosse formalmente parte di alcun organo societario di Mediaset.