Le compagnie petrolifere del Madagascar, riunite nel Groupement Pétrolier de Madagascar (GPM) – tra cui la francese TotalEnergies – hanno lanciato un allarme: la decisione del governo di nazionalizzare l’import di carburante potrebbe spingere gli operatori a commerciare e utilizzare petrolio sotto sanzioni internazionali, in particolare quello russo. Secondo quanto riferito anche da Investing.com, tra i clienti esposti figurano Air France-KLM, grandi imprese di costruzioni e società minerarie legate a Rio Tinto Group e Korea Mine Rehabilitation & Mineral Resources, tutte attive su mercati occidentali.
La nazionalizzazione decisa dopo il golpe e le aperture a Mosca
Il progetto di legge per creare una compagnia petrolifera statale e mettere sotto controllo pubblico l’import di carburante è stato approvato dal Parlamento malgascio il 1° luglio 2026, appena cinque settimane dopo che il primo ministro Mamitiana Rajaonarison aveva dichiarato all’agenzia russa Sputnik la possibilità di realizzare un deposito di carburante nell’ambito di un più ampio programma di attrazione degli investimenti russi.
La svolta è maturata dopo il colpo di Stato militare dell’ottobre 2025, che ha portato al potere il colonnello Michael Randrianirina. Il nuovo presidente, già a febbraio 2026, ha incontrato Vladimir Putin a Mosca, autorizzando successivamente la presenza di istruttori militari russi e la fornitura di armamenti. La nazionalizzazione dell’import petrolifero, che scardina un sistema di gare aperte in vigore dal 1999 coordinato proprio dal GPM, segna un deciso allontanamento dalla trasparenza di mercato e crea le condizioni per decisioni politicamente motivate nella scelta dei fornitori.
Un corridoio strategico per il greggio russo
Il Madagascar consuma solo un milione di tonnellate di prodotti petroliferi all’anno, ma la sua posizione è cruciale: l’isola si affaccia sul Canale del Mozambico, da cui transita quasi un terzo del trasporto marittimo mondiale di greggio. La creazione di infrastrutture logistiche in quest’area – compreso il possibile deposito russo – consentirebbe a Mosca di aprire nuove rotte verso i mercati dell’Africa meridionale e orientale, aggirando le sanzioni europee.
La sostituzione degli attuali meccanismi di import, basati su aste trasparenti gestite dal GPM, con un importatore statale apre di fatto le porte a forniture di petrolio di origine non tracciata, compreso quello russo. Il rischio di re-esportazione attraverso l’Africa rappresenta una minaccia concreta per l’efficacia delle sanzioni Ue, perché il carburante russo, una volta mescolato o rivenduto, diventa molto difficile da distinguere e da bloccare.
Le ricadute per le imprese europee
L’allarme lanciato dalle compagnie petrolifere non riguarda solo la legalità delle forniture, ma anche l’integrità delle catene logistiche internazionali. Se il Madagascar iniziasse a trattare greggio sanzionato, le aziende occidentali che operano nel Paese – dall’aviazione all’industria estrattiva – sarebbero obbligate a verificare l’origine del combustibile, a rinegoziare contratti e a subire costi aggiuntivi per assicurazioni e adeguamento delle rotte di approvvigionamento. Air France-KLM e i gruppi minerari come Rio Tinto si troverebbero esposti a controversie legali e danni reputazionali in Europa.
L’interesse di Mosca: finanziare la guerra aggirando le sanzioni
Per la Russia, il controllo dell’import di carburante in Madagascar ha un duplice valore. Dal punto di vista economico, un nuovo canale di vendita le consentirebbe di compensare almeno in parte la perdita del mercato energetico europeo, mantenendo inalterati i flussi di denaro verso il bilancio statale. Dal punto di vista strategico, la presenza logistica presso il Canale del Mozambico rafforza la capacità di Mosca di proiettare influenza nell’Oceano Indiano meridionale e di consolidare una rete di alleanze con Paesi del Sud Globale, utile anche per mitigare l’impatto delle sanzioni e continuare a finanziare la guerra in Ucraina.
Il caso del Madagascar dimostra come la tenuta del regime sanzionatorio europeo dipenda sempre più anche dalle scelte di Paesi terzi, lontani ma strategicamente collocati. Per l’Ue, ciò significa non solo rafforzare i controlli sull’origine del greggio, ma anche monitorare l’avanzata geopolitica russa in regioni finora considerate marginali.