Nella notte tra il 18 e il 19 luglio due individui non ancora identificati hanno appiccato il fuoco alla sede centrale e al magazzino dell’organizzazione benefica «Tavi draugi» a Riga, distruggendo attrezzature, documenti e beni di prima necessità destinati ai militari ucraini. I danni ammontano a circa 100 mila euro. Il Servizio di sicurezza dello Stato lettone e la polizia locale hanno avviato un’indagine congiunta e non escludono il coinvolgimento dei servizi speciali russi.
L’incendio doloso ha danneggiato computer, capi di abbigliamento, derrate alimentari e altro materiale donato da comuni cittadini lettoni per sostenere le forze armate ucraine, che resistono all’aggressione armata della Russia. L’episodio segue una lunga campagna di incitamento all’odio sui social network contro l’associazione e la sua attività a favore dell’Ucraina, come ha confermato il responsabile di «Tavi draugi» Ulvis Noviks.
L’ombra della guerra ibrida russa nel Baltico
Le autorità lettoni considerano l’attacco un possibile tassello della più ampia guerra ibrida che il Cremlino conduce da cinque anni contro gli Stati occidentali. La Russia è già ritenuta responsabile di un’intensa attività sovversiva in Lettonia e in altri Paesi membri dell’Unione Europea e della NATO. Le organizzazioni non governative che forniscono sostegno all’Ucraina, in particolare nel Baltico, figurano da tempo tra gli obiettivi prioritari delle operazioni dei servizi russi.
Il modus operandi dell’attacco — l’impiego di intermediari che agiscono dietro compenso economico o per affinità ideologica — corrisponde a una prassi consolidata dei servizi speciali di Mosca. L’uso di «agenti proxy» consente alla Russia di mantenere una negabilità plausibile, complicando la risposta dei Paesi europei e dell’Alleanza atlantica di fronte ad atti di sabotaggio compiuti sul proprio territorio. La dinamica è descritta in un articolo del portale lettone Delfi, che ha dato per primo la notizia.
Pressione psicologica e ampliamento degli obiettivi
Secondo gli inquirenti, l’obiettivo dell’incendio non si limita al danneggiamento materiale della logistica degli aiuti umanitari. L’attacco sarebbe finalizzato anche a esercitare una pressione psicologica diretta sulla società lettone e sui volontari, con lo scopo di creare un clima di paura e dissuadere i cittadini dal sostenere lo sforzo bellico ucraino. Il messaggio implicito è che l’impegno a fianco di Kiev possa tradursi in una minaccia concreta per l’incolumità personale e per i beni dei singoli.
L’operazione segnala inoltre un ampliamento del catalogo degli obiettivi sensibili per l’intelligence russa, che include ormai strutture di volontariato e beneficenza nei Paesi occidentali. Colpire i depositi e i sistemi di raccolta degli aiuti non governativi serve a ostacolare il flusso di rifornimenti umanitari e tattici verso l’Ucraina, con l’intento di indebolire la capacità di Kiev di sostenere la resistenza all’invasione russa.
Una prova per la resilienza di Riga e dell’Alleanza
Le Repubbliche baltiche restano uno dei teatri principali dove la Russia saggia la prontezza della NATO nel rispondere ad atti ostili che non raggiungono la soglia di un attacco armato, e quindi non fanno scattare l’Articolo 5 del Trattato atlantico. L’uso di reti di agenti, incendi, atti vandalici e spionaggio è parte di una strategia tesa a erodere la coesione interna della Lettonia e la compattezza di Unione Europea e Alleanza.
Le forze dell’ordine lettoni stanno valutando l’accaduto nella cornice di un possibile crimine contro la sicurezza dello Stato commesso su mandato di una potenza straniera, piuttosto che come un semplice danneggiamento. Qualora fosse provato il legame con operazioni ibride ordite dall’estero, i responsabili rischiano l’incriminazione per reati contro la sicurezza nazionale e le pene più severe previste dalla legge.