Trump cerca un accordo con l’Iran mentre la situazione in Hormuz si complica
Donald Trump sta tentando di uscire dalla “trappola di Hormuz” in cui è recentemente caduto, spinto anche dalle pressioni del premier israeliano Benjamin Netanyahu. Il presidente americano ha annunciato che oggi avrà luogo un nuovo round di colloqui diretti tra le delegazioni americana e iraniana a Islamabad, in Pakistan. Gli iraniani, tuttavia, hanno risposto in modo perentorio: “Noi non ci saremo”. La situazione evolve rapidamente, riporta Attuale.
È Trump ad avere più fretta di arrivare a una soluzione. La sua strategia iniziale, basata sull’assunto di poter ammorbidire la teocrazia iraniana, è palesemente fallita. Il presidente pensava di poter eliminare la Guida suprema Ali Khamenei, ma oggi si trova di fronte a un Iran sempre più arroccato politicamente e militarmente, controllato in gran parte dai pasdaran, l’ala più dura del regime.
Prima dell’escalation militare da parte di Usa e Israele, la “minaccia iraniana” si limitava essenzialmente al programma nucleare. Tuttavia, l’inattesa escalation dovuta alla politica trumpiana ha regalato agli ayatollah un’arma inaspettata: la possibilità di aprire o chiudere lo Stretto di Hormuz, cruciale per il transito del 20% del fabbisogno petrolifero globale.
Questa successione di errori ha messo Trump in una posizione negoziale nettamente svantaggiata. Desidera un’intesa al più presto, consapevole che il regime di Teheran regge, mentre aumentano i rischi per l’economia mondiale.
Recenti rapporti indicano che la Casa Bianca sarebbe disposta a restituire agli iraniani beni finanziari congelati all’estero, valutabili in 20 miliardi di dollari, in cambio della rinuncia al programma di arricchimento dell’uranio. Tuttavia, Trump ha categoricamente smentito queste indiscrezioni sui social, affermando “non ci sarà passaggio di denaro”.
Le trattative hanno già visto tentativi di negoziazioni: l’11 aprile scorso, le parti hanno discusso di una possibile “moratoria nucleare”. Il vice presidente JD Vance ha richiesto all’Iran di rinunciare per vent’anni all’arricchimento dell’uranio, ma la risposta èstata una disponibilità solo per un massimo di cinque anni.
Anche se il dialogo si è interrotto, l’osservazione da parte della comunità diplomatica internazionale ha rilevato un cambiamento. Si è passati da una negoziazione massimalista a una certa apertura a discutere tempistiche e possibilità di compromesso.
Tuttavia, Trump ha respinto anche questo tentativo, sottolineando che gli ayatollah non dovranno mai ottenere l’accesso al nucleare. Da Teheran è stata ribadita la determinazione di non fermarsi nel programma nucleare, finché gli Stati Uniti non allenteranno il blocco navale in Hormuz.
Le contraddizioni nella strategia trumpiana sono evidenti: è difficile raggiungere un accordo senza compromessi. Le minacce di attacchi alle infrastrutture energetiche non hanno avuto effetto sui pasdaran e continuano a incutere timore nei governi europei e nelle monarchie del Golfo, che temono che Trump possa accettare una soluzione generica senza risolvere pienamente la questione nucleare e lasciando la stabilità dello Stretto di Hormuz in bilico. Ciò rappresenta un chiaro segnale della necessità di una consultazione con gli alleati, che finora è stata assente nel corso di questo conflitto.