Crisi nella diplomazia americana: 119 ambasciate senza rappresentanti ufficiali
Fino a poco tempo fa, Erik Holmgren era un diplomatico americano di carriera, a capo del desk per la diplomazia energetica in Medio Oriente, parte dell’Ufficio per le risorse energetiche del dipartimento di Stato. Recentemente, tuttavia, tutti i funzionari sotto la sua direzione sono stati licenziati e la struttura eliminata. «Il lavoro della mia unità sarebbe stato prezioso nella crisi con l’Iran», ha dichiarato Holmgren alla CNN dopo le sue dimissioni. «Stavamo cercando di rendere più difficile per Teheran esportare petrolio e avremmo dato i giusti avvertimenti sulla necessità di gestire lo Stretto di Hormuz», ora bloccato dalla Repubblica islamica, con conseguenze devastanti per i prezzi del petrolio e la disponibilità di fertilizzanti nel mondo, riporta Attuale.
Le cosiddette Reductions in Force (RIFs), avviate a luglio scorso su ordine di Marco Rubio, hanno portato al licenziamento di centinaia di diplomatici e di oltre mille funzionari. Sebbene ufficialmente queste misure siano destinate a eliminare esuberi e inefficienze, l’American Foreign Service Association ha avvertito che stanno depotenziando il dipartimento di Stato, ostacolando gli Stati Uniti nella loro capacità di influenzare la politica globale e di perseguire priorità a lungo termine in politica estera. John Bass, ex ambasciatore in Afghanistan e Turchia, prevede che «gli storici del futuro guarderanno a questo periodo come a un grave errore autoinflitto dagli Stati Uniti».
Il declassamento delle sedi diplomatiche è particolarmente allarmante: attualmente, 119 delle 195 rappresentanze americane nel mondo non hanno un ambasciatore nominato dalla Casa Bianca e confermato dal Senato, una situazione senza precedenti nell’ultimo secolo.
La mancanza di un plenipotenziario statunitense si fa sentire in regioni chiave. Con il Medio Oriente in fiamme, Washington non ha rappresentanti in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Iraq e Kuwait. La situazione non è migliore in Africa, dove 37 delle 51 ambasciate sono senza guida.
In Europa centro-orientale, l’America non ha ambasciatori né a Mosca né a Kiev. La Casa Bianca si affida principalmente ai due inviati speciali per le missioni di pace, Steve Witkoff e Jared Kushner, che i russi hanno ribattezzato «Witkoff e Zyatkoff», in riferimento al loro legame di parentela.
Nonostante ci siano funzionari esperti a coprire i ruoli vacanti, gli “incaricati d’affari” mancano dell’autorità e dell’accesso che un ambasciatore di pieno titolo avrebbe presso il governo ospite.
Se da un lato la lentezza nella nomina dei nuovi ambasciatori e le opposizioni della minoranza democratica in Senato contribuiscono a questo scenario, Marco Rubio ha giocato un ruolo chiave richiamando 30 ambasciatori di carriera a dicembre scorso.
Questa situazione riflette la scelta di Trump di volere solo persone di fiducia nel mondo, pronte a seguire le sue direttive senza fornire punti di vista alternativi. «Questo tipo di conoscenza ha in passato impedito errori ancora più gravi», ha commentato Bass.
Trump ha optato per un approccio di diplomazia senza diplomatici, usando esclusivamente inviati speciali per le missioni delicate. È il caso di Witkoff e Kushner, che gestiscono negoziati su Ucraina, Gaza e Iran, insieme ad altri come Tom Barrack e Sergio Gor. Secondo Tom Shannon, ex ufficiale sotto Obama e Trump, questo approccio limita la politica estera dell’amministrazione, riducendone l’abilità di rispondere alle crisi e di comunicare efficacemente con i governi stranieri.