Zucchero a Gaza: 93 euro al chilo

01.08.2025 14:35
Zucchero a Gaza: 93 euro al chilo

Situazione alimentare nella Striscia di Gaza

Nella Striscia di Gaza, le persone hanno due principali modalità per reperire cibo. Il primo consiste nel recarsi presso uno dei quattro centri di distribuzione promossi dalla Gaza Humanitarian Foundation, un ente creato da Israele per monitorare la distribuzione alimentare nella regione. Secondo le strategie israeliane, questa organizzazione dovrebbe rimpiazzare tutte le ONG attive sul campo, attuando un sistema che ha portato a continue stragi di palestinesi, poiché l’esercito spesso spara sui civili in fila. L’alternativa è l’acquisto di alimenti nei mercati, quando disponibili, ma i prezzi risultano inaccessibili per la maggior parte della popolazione, riporta Attuale.

Israele esercita un rigoroso controllo su tutti i confini della Striscia, imponendo severe restrizioni all’ingresso di cibo e beni essenziali, sfociando talvolta in veri e propri blocchi. Di conseguenza, durante il conflitto iniziato nell’ottobre 2023, i costi dei beni primari a Gaza sono schizzati alle stelle, con i commercianti che fanno fatica a reperire scorte, e il poco disponibile viene venduto a prezzi stratosferici.

Il New York Times ha riportato una lista dei prezzi alimentari, basata su dati della Camera di Commercio di Gaza, che monitora il mercato nelle diverse città della Striscia. Prima della guerra, un sacco da 25 chili di farina costava circa 9 euro; a fine luglio, il prezzo è salito a 267 euro. Anche il costo dello zucchero è aumentato da meno di 1 euro a 93 euro al chilo, e le patate e le cipolle hanno visto prezzi raddoppiati, passando rispettivamente da 0,50 a 26 euro al chilo.

I costi degli altri beni di prima necessità sono anch’essi aumentati in modo drammatico; ad esempio, il prezzo di una saponetta è salito da 0,5 euro a 9 euro, e i pannolini sono passati da 9 a 130 euro per pacco. Il prezzo del diesel, necessario per i generatori, è aumentato da meno di 2 euro a 31 euro al litro.

Inoltre, i prezzi variabili riflettono le fluttuazioni delle scorte disponibili. Un sacco da 25 chili di farina, ad esempio, è costato 779 euro il 20 luglio, per poi scendere a 195 euro il 27 luglio, risalendo di nuovo a 292 euro il 30 luglio.

Molti commercianti riescono a procurarsi prodotti attraverso mezzi che possono non essere del tutto legittimi. Infatti, a Gaza operano bande criminali che rubano i convogli umanitari, rivendendo il cibo a prezzi elevati. Non è chiaro quale sia il legame tra queste bande criminali e Hamas. Alcuni commercianti coltivano direttamente alcuni alimenti o li acquistano dai pochi agricoltori locali ancora in attività.

Il contrabbando è un’altra pratica ancora in uso malgrado la guerra e i blocchi imposti da Israele. È emblematico il fatto che le sigarette, il cui ingresso è vietato, siano comunque reperibili grazie a questa rete di contrabbando. Giorgio Monti, medico di Emergency, ha riportato che il prezzo delle sigarette è salito a 40 dollari l’una e in alcuni casi venivano vendute “al centimetro”.

Ad aggravare la situazione c’è la scarsità di contante, l’unico metodo di pagamento accettato dai commercianti. Molti bancomat non funzionano, e le persone devono rivolgersi a intermediari che addebitano commissioni che superano il 40%. Per ottenere contante, è necessario effettuare un bonifico digitale sul conto di un intermediario, il quale poi consegna il denaro a fronte della sua percentuale. Basheer al Farra, un palestinese sfollato, ha affermato di dover trasferire 100 dollari per riceverne 60.

In Gaza, lo shekel israeliano è la valuta più comune, ma dall’inizio della guerra non sono state immesse nuove banconote. Le banconote circolanti si sono deteriorate e molte non sono più accettate. Questo porta a situazioni in cui le persone, pur avendo contante, non riescono a comprare alimenti.

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