Il punto di vista della criminologa: oltre il mito della donna fragile

04.08.2025 06:35
Il punto di vista della criminologa: oltre il mito della donna fragile

Il dramma di Alessia Pifferi: una madre consapevole e il peso della giustizia

di Anna Vagli. C’è un tempo per il giudizio e un tempo per il dolore. Alessia Pifferi ha già affrontato il primo: la Corte d’Assise le ha riconosciuto la capacità di intendere e di volere quando, nel luglio di tre anni fa, ha lasciato sua figlia Diana al suo tragico destino. Questo è stato stabilito da una perizia del dottor Pirfo, nominato dai giudici di Milano. Nessuna allucinazione, nessun delirio, nessuna perdita di contatto con la realtà. Eppure, mentre ci si prepara all’Appello previsto per la fine di settembre, è stata concessa un’ulteriore proroga della perizia psichiatrica. Un intervento tecnico, certo, ma sembra quasi che si stia cercando di trovare un modo per evitare l’ergastolo, riporta Attuale.

Tuttavia, l’alibi è già crollato. Non si può ridipingere come inconsapevole una madre che ha agito con deliberazione, abbandonando una bambina di 18 mesi per sei giorni, fornendole solo un biberon, ben consapevole delle sue chances di sopravvivenza. Pifferi ha preparato una valigia con abiti per ogni giorno, con l’intento di raggiungere il suo compagno Angelo Mario. È tornata, ha riaperto quella porta e l’ha richiusa. Non ci sono gravi disturbi mentali. C’è una volontà lucida. Il perito ha evidenziato tratti alessitimici: la difficoltà a riconoscere e verbalizzare le emozioni, ma non a comprenderle. Non si tratta di psicosi. Chi soffre di alessitimia sa distinguere il bene dal male, mantenendo la consapevolezza delle proprie azioni. In aula, Alessia ha mostrato di avere la sindrome di Calimero: la maschera vittimistica di chi si presenta fragile e abbandonata. Ha pianto, ma non per Diana; per sé stessa. Ha citato l’assenza di sua madre, la solitudine e un amore che non l’ha mai soddisfatta. Tuttavia, questa narrazione non è emersa in tribunale, ma durante la vita di Diana. Nel tempo, quella bimba è diventata un oggetto di scambio, esibita per compiacere il compagno. Si parla di battesimi mai avvenuti e si costruisce una maternità fittizia per trattenere legami inesistenti. La giustizia non richiede madri perfette, ma che non siano assassine.

Rileggendo le testimonianze, un particolare mi ha colpito. Quando Diana è stata ritrovata, indossava un vestitino giallo. Giallo, come l’abito di Alessia al momento dell’arrivo del 118. Non è un colore casuale. È il simbolo dell’infanzia, della luce e della vitalità. Ricerche sul colore rivelano che stimola la parte logica del cervello nei bambini, favorendo gioia, attenzione e ottimismo. È il colore del sole, e il sole attira. Certo, Alessia non poteva conoscere questa impalcatura scientifica, ma forse ha inteso che quel colore avrebbe potuto generare empatia. L’empatia di una madre che non è mai stata tale. Una maschera gialla, come il sole che non scalda. Un’immagine che stride in una storia ormai priva di luce.

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