Due ex funzionari della prigione condannati per il massacro del settimo padiglione a Buenos Aires

12.12.2025 17:15
Due ex funzionari della prigione condannati per il massacro del settimo padiglione a Buenos Aires

Condanna per il massacro del settimo padiglione: due ex funzionari della prigione in carcere per 25 anni

Il 12 dicembre 2025, un tribunale federale argentino ha condannato a 25 anni di prigione due dei responsabili del cosiddetto “massacro del settimo padiglione”, avvenuto il 14 marzo del 1978, in cui furono uccisi 65 detenuti del carcere di Devoto a Buenos Aires. Il massacro è avvenuto durante la dittatura militare di Rafael Videla e, nonostante sia rimasto impunito per decenni, il tribunale ha ora riconosciuto che si trattò di una «grave violazione dei diritti umani», stabilendo che il reato non è soggetto a prescrizione, riporta Attuale.

Condannati sono l’ex direttore della prigione, Juan Carlos Ruiz, e l’ex direttore della sicurezza interna, Horacio Martín Galíndez, entrambi ritenuti responsabili di «ripetute torture» e «ripetute torture seguite dalla morte». Un terzo imputato è stato assolto. Il giorno del massacro, le guardie carcerarie aprirono il fuoco sui detenuti, causarono un incendio e impedirono l’intervento dei vigili del fuoco. L’episodio, inizialmente etichettato come «la rivolta dei materassi», ha visto le responsabilità ricadere sui detenuti stessi, accusati di aver tentato una rivolta. L’impegno del sopravvissuto Hugo Cardozo e delle avvocate Claudia Cesaroni, Natalia D’Alessandro e Denise Feldman ha portato alla riapertura del caso.

Nel 1978, il carcere di Devoto ospitava un alto numero di prigionieri politici, arrestati dalla giunta militare a partire dal marzo 1976. La dittatura, che durò fino al 1983, si caratterizzò per un’intensa repressione che portò a torture, uccisioni e sparizioni forzate, noti come i desaparecidos, e segnò un periodo noto come la “guerra sporca”.

Il settimo padiglione del carcere era sovraffollato, con 161 detenuti per soli 70 posti letto. La sera del 13 marzo 1978, dopo aver ottenuto di posticipare lo spegnimento delle luci per guardare un film, i detenuti furono aggrediti dalle guardie durante la consueta perquisizione del mattino successivo. Gli agenti, in numero molto superiore al solito, iniziarono a picchiare i detenuti come forma di punizione per la loro resistenza la sera precedente.

In risposta alle percosse, i detenuti costruirono barricate con i letti e i materassi. A quel punto, le forze di sicurezza reagirono lanciando lacrimogeni e aprendo il fuoco. Durante questo scontro, una barricata prese fuoco a seguito di un attacco con un contenitore di cherosene, causando una densa fumosità che rese l’aria irrespirabile. I detenuti furono colpiti sia dalle fiamme che da proiettili sparati dall’alto, mentre i vigili del fuoco furono trattenuti all’esterno della prigione, nonostante l’incendio.

Diverse testimonianze riportano che alcuni detenuti morirono asfissiati o bruciati, mentre altri furono picchiati dalle guardie una volta usciti dal padiglione. Sebbene il numero ufficiale di morti sia 65, si stima che il bilancio potrebbe essere anche di 85 vittime. Ottantotto detenuti riportarono ferite e ustioni gravi durante l’episodio.

La narrazione ufficiale dell’epoca sosteneva che i detenuti avessero tentato una rivolta, senza che ci fosse una vera giustizia, e il caso fu archiviato nel 1979. Tuttavia, negli anni successivi, il noto cantante argentino Indio Solari contribuì al richiamo dell’opinione pubblica sul massacro, dedicando due canzoni all’evento. La riapertura del caso, avvenuta dopo decenni, ha finalmente portato a un riconoscimento legale delle atroci violazioni dei diritti umani avvenute all’interno del sistema penitenziario argentino durante la dittatura.

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