Jasmine dall’Iran: «La gente non ha cibo, ma il regime dichiara vittoria»

24.06.2026 01:35
Jasmine dall'Iran: «La gente non ha cibo, ma il regime dichiara vittoria»

Timori e speranze nell’Iran dopo il memorandum con gli Stati Uniti

A Isfahan, la guerra ha lasciato cicatrici profonde. «Mi fa male vedere la mia città così», afferma Shirin, tornata dopo un mese di esilio in un villaggio distante cinquecento chilometri a causa dei bombardamenti. «Durante i bombardamenti siamo scappati». Fisioterapista di professione, il suo studio resta chiuso. «La gente non riesce a pagare l’affitto, figuriamoci una fisioterapia», lamenta. Della recente intesa tra Stati Uniti e Repubblica Islamica ha poca conoscenza e, mentre si oppone alla guerra e al regime di Mojtaba Khamenei, il pensiero corre ai conti da saldare, riporta Attuale.

A Teheran, Jasmine segue i negoziati dal suo posto di lavoro. Non ha mai smesso di scrivere, neanche durante i raid. È caporedattrice in un’importante testata nazionale e, per una volta, è lei a chiedere notizie sui colloqui: «Che cosa sapete sui colloqui?». Secondo lei, la propaganda è diventata più opprimente. I pasdaran inviano contenuti direttamente alle redazioni, costringendo i direttori a limitare gli interventi editoriali, rendendo sempre più difficile discernere la verità dalla menzogna.

Il memorandum viene descritto dal suo giornale come un «respiro», ma in molti luoghi è celebrato come una «vittoria totale». «Affermano che abbiamo piegato gli Stati Uniti, che siamo diventati invincibili», rivela Jasmine, condividendo un editoriale di Kayhan in cui l’autore sostiene che il Bahrein appartiene all’Iran e che la sua popolazione attende di tornare alla madrepatria.

In televisione si discute di Bahrein, Azerbaigian, Georgia ed Emirati come paesi da riportare nell’orbita di Teheran. «L’ordine che riceviamo è di mostrare un Iran forte», dice Jasmine, segnalando che nelle riunioni esultano per le parole di Sánchez, lette come prova della paura europea.

In un contesto di crisi economica, i prezzi dei generi alimentari sono schizzati alle stelle: le cipolle sono aumentate del 41%, la carne rossa del 157%, il riso iraniano del 161% e il pollo addirittura del 287%. «Compriamo meno di tutto», afferma Shirin, mentre il memorandum si riduce a una parola trasmessa dalla radio mentre guarda la lista delle spese.

Samira, residente a Teheran, esprime sensazioni simili. Le sue preoccupazioni quotidiane riguardano le spese per il dentista del figlio e le rate della macchina: «Non credo né a Donald Trump, né a Khamenei», afferma. «C’è chi spera che con questa intesa l’economia migliori, ma il regime non si interessa al benessere della sua gente». Ricorda le proteste di dicembre e gennaio, quando migliaia di persone sono state uccise. «Quei soldi saranno utilizzati per armarsi e finanziare le milizie, non per le famiglie senza futuro». Parla del figlio di una vicina, arrestato un mese fa, con la madre che, ogni giorno, attende notizie davanti al carcere. Teme di trovarlo nella lista degli impiccati, che dall’inizio di gennaio ha superato le settecento unità.

Ali, che ci scrive da un’altra città, non ha illusioni. Crede che questi accordi siano già stati visti in passato e che i fondi finiranno nei bilanci militari, affermando che tutto può essere annullato in qualsiasi momento. Jasmine condivide il suo scetticismo; tenta di esprimerlo nei suoi articoli, ma è già sotto processo per un pezzo di giornale. «La verità cerco di metterla tra le righe ed è sempre un rischio altissimo», confessa.

Mentre segue i colloqui a Lucerna, Jasmine riflette sull’inverno. «Per gli iraniani, ciò che più conta è il massacro di gennaio. Questo memorandum è un tradimento, è la nostra tomba. L’Occidente non comprende realmente chi siano gli ayatollah e cosa significa vivere sotto di loro».

L’Iran di cui parla Jasmine è un Paese giovane che desidera libertà. Più della metà della popolazione ha meno di 35 anni. In una società di 92 milioni di abitanti, i minorenni sono oltre ventiquattro milioni e i giovani adulti tra i 15 e i 34 anni costituiscono quasi il 40%. La maggior parte, spiega, desidera solo «vivere come voi», lavorare, viaggiare, poter parlare senza paura e senza vedere il proprio futuro determinato da una guerra o da una fatwa.

Quando le chiediamo quanto sostegno abbiano ancora gli ayatollah, riporta i numeri. Cinque o sei milioni tra dipendenti e apparato repressivo, ulteriori cinque o sei tra Guardie rivoluzionarie, esercito, polizia e basij. Infine, i più poveri, portati alle manifestazioni in cambio di cibo o denaro.

1 Comment

  1. Incredibile come in un paese giovane come l’Iran la gente stia soffrendo così tanto, tra guerre e crisi economiche. Qui da noi ci lamentiamo per sciocchezze… E mentre il regime festeggia, la gente non ha nemmeno da mangiare. Che tristezza!

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