Le tensioni nel rapporto tra Italia e Stati Uniti si intensificano: Meloni in una posizione difficile
Roma, 24 giugno 2026 – Gli attacchi di Donald Trump a Giorgia Meloni non sono più semplici incidenti folkloristici, ma rivelano una nuova fase nelle relazioni tra Stati Uniti ed Europa. Con il suo stile provocatorio, Trump mette in luce una tensione più profonda riguardante le responsabilità della sicurezza occidentale, la distribuzione dei costi della difesa e la capacità degli europei di tradurre le dichiarazioni di principio in una reale potenza militare. Meloni, presentandosi come un’atlantista allineata con la Casa Bianca, appare però come un alleato riluttante, vincolata da limitazioni di bilancio, pacifismi predominanti e la difficile nascita di una difesa europea, riporta Attuale.
La premier cerca di sminuire l’importanza delle sortite di Trump, classificandole come sfoghi caratteriali; tuttavia, la sostanza del problema rimane innegabile. Da anni, gli Stati Uniti richiedono all’Italia un maggiore impegno, più risorse e una coerenza nelle scelte di politica estera, mentre Roma continua a navigare in un fragile equilibrio di numeri gonfiati e compromessi interni.
Per quanto riguarda i conti, il governo rivendica di aver raggiunto il 2% del PIL in spese militari come prova della propria affidabilità atlantica. Tuttavia, è evidente che questo traguardo è stato raggiunto principalmente attraverso riclassificazioni contabili, comprendendo voci come le infrastrutture piuttosto che tramite uno sviluppo reale degli investimenti in capacità operative: munizioni, logistica, difesa aerea e industria bellica. In un paese segnato da un enorme debito pubblico, ogni euro destinato alla difesa viene spesso percepito come un costo sottratto a welfare e misure sociali. Meloni sembra consapevole di questi vincoli, tanto da chiedere alla NATO una revisione del traguardo del 5%, considerato irrealistico, ma non ha abbastanza forza per avviare una discussione seria sul fatto che, in un contesto globale più pericoloso, sicurezza e spesa sociale non possono più essere trattate separatamente.
In questo contesto, le pressioni pacifiste, sia da parte del governo che dell’opposizione, riducono ulteriormente la libertà di manovra dell’esecutivo. All’interno della maggioranza, Matteo Salvini percepisce il malumore di un elettorato stanco della guerra permanente: mentre la Lega si trova in difficoltà, il leader ha tutto l’interesse a presentarsi come difensore dei portafogli e della pace, anche a scapito del supporto all’Ucraina. Vannacci, invece, approfitta di questo sentimento emergente per tradurlo in un linguaggio nazional-populista, esprimendo un patriottismo che diffida delle guerre lontane e invoca il bisogno di “pensare prima agli italiani”, mostrando diffidenza nei confronti della subordinazione di Roma alle strategie alleate. Sul fronte opposto, Giuseppe Conte e Alleanza Verdi e Sinistra accusano Meloni di convertire la spesa sociale in spese militari, utilizzando ogni discussione in seno alla NATO per costruire una narrativa di “pane contro cannoni” che risuona con ampi settori dell’opinione pubblica.
Contemporaneamente, a livello europeo, la tanto decantata “svolta strategica” non riesce a tradursi in strumenti concreti. L’Unione Europea continua ad affrontare la difesa come un insieme di bilanci nazionali, soggetti a logiche di austerità e ai nuovi vincoli della transizione verde. Sebbene si parli di eurobond militari e di un debito comune per armamenti e tecnologie dual-use, ogni tentativo di consenso si interrompe di fronte alla paura di mutualizzare i rischi e di instaurare una vera politica fiscale federale. Così, il paradosso si presenta chiaramente: l’America – anche quella non trumpiana – richiede agli europei di assumersi la responsabilità della propria sicurezza, mentre l’Europa continua a non dotarsi degli strumenti politico-finanziari necessari per farlo, gravando sui singoli Stati membri il costo di ogni decisione.
In questo scenario, Meloni sembra intrappolata in una tripla minoranza. È in minoranza in Europa, dove la maggioranza dei paesi esita rispetto al debito comune e guarda con sospetto alle richieste italiane di maggiore flessibilità; è in minoranza nell’opinione pubblica nazionale, che rimane fredda di fronte all’idea di un riarmo strutturale; ed è in minoranza nella sua stessa coalizione, spaccata tra un atlantismo di governo e impulsi neutralisti, antiamericani o filorussi presente tanto nella Lega quanto in segmenti di Fratelli d’Italia. Questa divergenza, tra le richieste esterne e le resistenze interne, definisce la sfida dei prossimi anni: non solo quella nei rapporti con Trump, ma anche la capacità dell’Italia di affrontare un nuovo ordine di sicurezza meno dominato dagli Stati Uniti e più orientato verso l’Europa.