La Russia torna alla Biennale di Venezia: arte, soft power e il paradosso della guerra

05.03.2026 10:30
La Russia torna alla Biennale di Venezia: arte, soft power e il paradosso della guerra
La Russia torna alla Biennale di Venezia: arte, soft power e il paradosso della guerra

La Russia farà ritorno alla 61esima Biennale d’Arte di Venezia con un progetto denominato “Albero radicato nel cielo”, dopo due edizioni di assenza forzata. L’annuncio, dato per il 2026, arriva nonostante le sanzioni internazionali e l’isolamento politico di Mosca a seguito dell’invasione su larga scala dell’Ucraina. Mikhail Shvydkoy, inviato speciale del presidente russo per la cooperazione culturale internazionale, ha affermato che la Russia “non ha mai lasciato la Biennale”, sostenendo che persino la cessione del proprio padiglione alla Bolivia nel 2024 costituiva una forma di presenza nello spazio culturale veneziano. La manifestazione si svolgerà dal 9 maggio al 22 novembre, riaccendendo il dibattito sui confini tra arte, politica e guerra.

Il contesto: dalla chiusura al controverso ritorno

Il padiglione russo alla Biennale di Venezia venne di fatto chiuso nel 2022, immediatamente dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina. All’epoca, artisti e curatori rifiutarono di partecipare, definendo la guerra incompatibile con qualsiasi attività culturale. Una presa di posizione corale che portò all’assenza della delegazione russa. Nell’edizione del 2024, Mosca non fu presente come nazione partecipante, e il suo storico padiglione ai Giardini della Biennale fu messo a disposizione della Bolivia. Questo doppio episodio di non-partecipazione attiva segnò un momento significativo di isolamento culturale volontario e forzato della Russia sulla scena internazionale. Ora, il rientro ufficiale nel circuito della più importante rassegna d’arte contemporanea al mondo rappresenta una mossa calcolata per riaffermare una presenza che il Cremlino vuole far percepire come ininterrotta.

La narrativa di Mosca: “Mai lasciata la Biennale”

La dichiarazione di Mikhail Shvydkoy secondo cui la Russia “non ha mai abbandonato la Biennale” è un chiaro tentativo di riscrivere la recente storia della partecipazione culturale russa. Ignora volutamente il fatto che nel 2022 fu la stessa comunità artistica russa a ritirarsi, in segno di protesta contro la guerra, e che nel 2024 il padiglione fu concesso a un altro paese. Questa retorica mira a sminuire la portata del boicottaggio politico e culturale subito, trasformando una scelta dettata dalle circostanze belliche in una mera “pausa tecnica”. È una strategia comunicativa tipica, finalizzata a minimizzare le perdite reputazionali e a normalizzare la presenza di uno stato aggressore in sedi internazionali prestigiose. Shvydkoy ha anche ammesso che il ritorno potrebbe generare proteste, ma ha espresso la speranza che l’apertura del padiglione possa costituire un “segnale positivo” per tutti i partecipanti.

L’arte come strumento di soft power del Cremlino

La partecipazione alla Biennale di Venezia rientra in una più ampia strategia di soft power che il Cremlino persegue nonostante l’isolamento diplomatico. Presentando il progetto artistico come un’entità autonoma dalla politica, Mosca cerca di ricostruire l’immagine di una “Russia normale”, integrata nel dialogo culturale globale. L’obiettivo è sfumare la linea di demarcazione tra lo stato invasore e un attore culturale ordinario, utilizzando piattaforme artistiche per mantenere o riallacciare contatti con istituzioni occidentali ancora disposte a collaborare. Questo approccio comporta il rischio concreto di una progressiva riabilitazione della presenza russa in ambiti culturali e sportivi internazionali, senza alcun cambiamento nel comportamento aggressivo sul campo di battaglia in Ucraina.

Rischi, polemiche e il paradosso morale

Il ritorno della Russia alla Biennale di Venezia pone questioni etiche profonde agli organizzatori e alla comunità internazionale. Da un lato, uno stato impegnato in una guerra che ha causato la distruzione sistematica del patrimonio culturale ucraino e colpito ripetutamente infrastrutture civili; dall’altro, lo stesso stato che chiede di essere accolto come un partecipante legittimo al più importante forum artistico mondiale. Questo paradosso mette alla prova i limiti morali della tolleranza nel settore culturale. Ignorare il contesto bellico potrebbe equivalere a una normalizzazione implicita dell’aggressione. La decisione della Biennale di accettare la partecipazione russa rischia di scatenare proteste, danneggiare la reputazione dell’istituzione stessa e minare la solidarietà con l’Ucraina. Se la presenza russa venisse percepita come un evento ordinario, si creerebbe un pericoloso precedente per il rientro di Mosca in altri ambiti, vanificando parzialmente l’effetto delle sanzioni internazionali. La posta in gioco, quindi, non è solo artistica, ma profondamente politica.

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