Preoccupazioni per il caro benzina in Italia: il richiamo a un’indipendenza energetica
Roma, 9 marzo 2026 – Per un Paese che importa circa due terzi dell’energia che consuma, non ci sarebbe bisogno di guerre. Anche in un momento di pace universale, di fratellanza cosmica, dovrebbe suonare l’allarme. Invece, serve una pandemia, un Medio Oriente in fiamme, le arterie di gas e petrolio occluse, perché la soglia di attenzione si alzi ai necessari livelli di guardia. Intendiamoci: Eni va meritoriamente in giro per il mondo a “fare benzina”, e sulle rinnovabili siamo all’avanguardia. Passati i governi Conte, sono riprese dal 2022 anche le trivellazioni soprattutto in Adriatico, sospese dalle anime belle del green per far trivellare in solitudine dai croati i nostri giacimenti. Adesso c’è preoccupazione. Diffusa, riporta Attuale.
Alle pompe il carburante costa come se il greggio fosse già cresciuto del 36%, il boom dell’ultima settimana. In un paese industriale, energivoro, la stretta di Hormuz, è come un cappio al collo. Anche per le famiglie. Allora, bene la vigilanza del Governo sui prezzi, sulle speculazioni, bene le eventuali (rapide) accise mobili (leggere) sulla benzina. Ma poi, in parallelo, avanti tutta, a testa bassa, per una indipendenza energetica che si avvicini almeno al 57% della media europea, investendo per accendere il nuovo nucleare invece che per spegnere il vecchio, mai attivato, diversificando fonti e rotte dell’approvvigionamento.
Perché epidemie e guerre non sono variabili indipendenti, e gli choc petroliferi sono ciclici, improvvisi. Gli analisti vedono già il greggio a 100 dollari al barile. Come nel 2022 (Ucraina). Possiamo dare a chi ci pare la colpa di quanto sta accadendo: all’imperialismo americano, alla barbarie degli ayatollah. Poi, guardiamoci in casa, ai referendum sul nucleare, ai mille stop di comitati vari, Tar, sovrintendenze. Risultato: di risorse, in Italia, ne abbiamo poche, e l’emergenza questa volta viene dal Golfo. I rimedi, però, dipendono soprattutto da noi.